“I partiti dicano fin dove possono arrivare”. Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, a tre giorni dal crollo elettorale, si è presentato in diretta tv per un discorso di dieci minuti e si è rivolto alle forze politiche. Dopo le elezioni legislative di domenica 19 giugno, il capo dell’Eliseo ha perso la maggioranza assoluta all’Assemblée Nationale e ora, rispetto allo scorso mandato, dovrà trovare un accordo con i singoli partiti. Intervenendo nella serata del 22 giugno, Macron ha escluso l’ipotesi di un “governo di unione nazionale” sul quale aveva consultato ieri i partiti, in maggioranza contrari. E ha lanciato “un nuovo metodo”, basato sui “compromessi”: “I partiti – ha detto lanciando una sorta di ultimatum e rilanciando la palla nel campo dei leader avversari – dicano fin dove possono arrivare”.

Macron è sembrato voler in qualche modo contrattaccare. “Non giustificato” il governo di unione nazionale, resta soltanto la scelta di “imparare a governare in un altro modo”, quella di “cercare una maggioranza più ampia e chiara”. Tradotto concretamente in un sistema che finora non ha mai conosciuto queste difficoltà, l’auspicio del presidente può significare una coalizione ampia con appoggi “esterni” oppure un cammino lungo il quale trovare “caso per caso” gli appoggi per far passare in parlamento riforme e provvedimenti.

Il cammino è ancora tutto in salita per la coalizione governativa, alla quale mancano 44 voti per avere la maggioranza assoluta. E, fino ad oggi, dai Républicains – la destra moderata – non sono arrivati segnali concreti di una collaborazione affidabile. Rilanciando la palla nel campo degli avversari, Macron ha dato una sorta di ultimatum di 48 ore: “Fino a dove sono disposti ad andare” lo dovranno dire “al mio ritorno”. Cioè fra due giorni, quando Macron rientrerà in Francia dal Consiglio europeo: “Fin dal mio ritorno da Bruxelles continueremo a costruire questo metodo nuovo”. Che sarà basato su “compromessi, arricchimenti, emendamenti, ma tutto questo sempre in totale trasparenza”. Perché, ha ammesso, “nessuna forza politica può fare oggi le leggi da sola”.

Dai giardini dell’Eliseo, Macron ha registrato il discorso appena una decina di minuti prima della messa in onda delle tv, alle 20. E’ il segnale che fino all’ultimo ha cercato di limare le sfumature, le aperture, con toni a lui sconosciuti nel primo mandato, quando godeva di una maggioranza di 341 seggi su 577. Ha dovuto ammettere le “fratture” emerse in queste elezioni, la “volontà di cambiamento che il Paese ha chiaramente espresso”. Ha reso omaggio ai responsabili politici che ha incontrato ieri nelle prime consultazioni e che, nessuno escluso, “hanno espresso il loro rispetto per le nostre istituzioni e la volontà di evitare che il nostro Paesi resti bloccato”. Poi ha pensato subito – citandole – a “Germania, Italia”, dove questi scenari di incertezza politica sono più usuali.

Da subito, “fin da quest’estate”, ha annunciato il presidente, “serve una legge per il potere d’acquisto e perché il lavoro sia meglio pagato“. E ancora, “andare verso il pieno impiego, scelte forti su energia e clima, misure urgenti per la sanità”. Scomparsa quella che per lui era la riforma più importante, quella delle pensioni, alla quale dovrà certamente rinunciare. E neppure un accenno alla premier Elisabeth Borne, che al momento è stata confermata ma il cui futuro resta in bilico, come ha tenuto a ricordare subito dopo il discorso di Macron, il leader della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon: “La prima ministra deve presentarsi in Assemblea e chiedere la fiducia. Se non la ottiene, se ne deve andare”.

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