Dopo due anni di fermo, una “anomala” anteprima il settembre scorso (forse più utile al “respiro” della città di Milano che al settore), in una collocazione temporale più avanzata di quella solita primaverile, si tiene in questi giorni la Design Week, collegata al Salone del mobile in Fiera, giunto alla 60esima edizione. Un’occasione di rilevanza e risonanza che mette imprese e design italiano al centro dell’attenzione internazionale. Diverse sono le valutazioni generali possibili attorno all’evento, che lascio ad altri: qui mi limito ad alcune relative allo specifico del sistema economico-imprenditoriale, dei modi della progettualità e dell’innovazione che vi sono collegati, in questa fase ancora assai complessa che dopo la crisi sanitaria sta vivendo in dramma dell’ennesima guerra, questa volta in Europa, dalle conseguenze tragiche e dagli sviluppi imprevedibili.

Un primo aspetto è relativo alla vitalità complessiva del Sistema Design, dalle molte aziende presenti che tornano a guardare e pensare al futuro – il lavoro in questi anni non è forse mancato, ma il modello globalizzato della filiera lunga ha mostrato la corda a cominciare, fra l’altro, dalla questione delle materie prime – ai visitatori (forse meno che in passato gli stranieri) alle economie che si generano attorno alle iniziative e di riflesso nella città e nel territorio. Un buon clima “commerciale” in Fiera e un numero infinito di eventi fuori salone, come già detto in passato, non tutti propriamente memorabili, di frequente più rispondenti alla logica della volontà di presenza, con deriva festaiol-modaiola. Segnali forti di attenzione verso il mondo dell’arredo arrivano proprio dalla moda, che si è accodato al traino eventistico-comunicativo – in verità con evidente e storica superiorità in questo campo –, da una parte con molti grandi marchi (non solo quelle più d’avanguardia e sperimentali che lo facevano da anni) che hanno varato-rilanciato con più convinzione collezioni per l’arredo, in chiave sostanzialmente e legittimamente fashion-decorativa. Si tratta evidentemente di altro rispetto al design delle aziende italiane del furniture, innovation oriented, ma anche occasione per queste ultime di un rilancio verso la ricerca e la sperimentazione, lo sguardo verso nuovi modelli di business orientati da differenti sistemi valoriali, emersi con forza nella coscienza e sensibilità collettiva ma cui faticano ancora a corrispondere rinnovate offerte di prodotti-sistemi-servizi materiali e immateriali.

Esemplare da questo punto di vista il tormentone – che diventa irritante quando non sostenuto da azioni concrete – della sostenibilità. Tutte ne parlano, compare in molti pay-off pubblicitari e comunicativi, ma guardando in fiera e fuori non molte imprese e progettisti spiegano adeguatamente in che modi stiano concretamente operando in una dimensione integrale e integrata di sistema e processo complessivo da riorientare. Senza neppure sollevare ora la questione che è difficile parlare di sostenibilità senza mettere in discussione – almeno in parte e, come ipotesi, in chiave riformista – il sistema del capitalismo e del mercato del consumo intensivo e infinito di merci, pianeta (e persone).

La domanda, a lungo rimasta sospesa in questi anni difficili, si è riproposta con forza: ripartiamo da dove eravamo rimasti (sapendo che le crisi ricorrenti e permanenti di questo millennio sono la conseguenza “naturale” dell’attuale sistema) oppure ripartiamo su nuove basi di sostenibilità e “cura” umana, sociale, ambientale, di corporate e design social responsability?

Gli attuali segnali parrebbero avvalorare la prima opzione, ben poco sostenibile in verità. Forse il cambiamento è complesso e difficile, ma sembra necessario consolidare i segnali. Che in effetti in parte si sono visti – in termini di riflessioni condivise e di sperimentazioni concrete – da parte di giovani designer, dalle università di design, ma anche dalle letture proposte della lezione dei Maestri. Un esempio per tutti, la piccola mostra alla Statale di Milano sugli arredi per la propria casa degli architetti Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, paradigmatica sia per la qualità dei progetti presentati, divenuti non più pezzi unici ma prodotti di piccola serie, che per l’esplicitazione e intellegibilità del processo progettuale reso possibile da un buon allestimento, attento alle necessità di comprensione dei visitatori.

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