Un'”inversione di trend della disinformazione russa” che ha “subito un forte rallentamento nella sua intensità e l’adozione di una postura difensiva“. È la tendenza segnalata nel “Bollettino ibrido” (Hybrid bulletin) curato dal Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza – la struttura che coordina i servizi d’intelligence – con la collaborazione di Aisi e Aise (le Agenzie per l’interno e per l’estero) e inviato al Copasir (il Comitato parlamentare di vigilanza sui servizi). Il documento, declassificato dal sottosegretario con delega alla Sicurezza Franco Gabrielli che lo ha “spiegato” in conferenza stampa – è lungo sette pagine: il titolo è “Speciale disinformazione nel conflitto russo-ucraino, periodo 15 aprile-15 maggio”. È da qui che il Corriere della Sera ha preso spunto per la contestata lista dei “putiniani d’Italia” pubblicata domenica scorsa, che comprendeva “parlamentari e manager, lobbisti e giornalisti”. Quasi tutti quei nomi, però, nel documento di fatto non compaiono. Viene allora da chiedersi se esistano altre fonti, dato che l’articolo di Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini cita ben 11 persone, con tanto di foto segnaletiche.

Tra le “narrative inedite diffuse sui canali online dalla propaganda russa”, in compenso, compaiono “le critiche all’operato del Presidente del Consiglio Mario Draghi, ritenuto responsabile”, si legge, “dell’aumento dei prezzi, della chiusura di numerose aziende, nonché di aver colpito il popolo italiano con misure sanitarie inutili e di trascinare il Paese in guerra. In tale ottica, si evidenzia la contrapposizione, enfatizzata in chiave divisiva da taluni account social, tra la scelta della Germania di non rinunciare al gas russo, tutelando così il popolo tedesco, e quella del premier Draghi, descritto come allineato alle decisioni americane e disinteressato alle sorti del suo popolo”.

“Si conferma la perdurante diffusione del fenomeno su Telegram“, recitano i “Key takeaways”, i punti principali del rapporto, “attraverso il quale la disinformazione viene veicolata da gruppi e canali con un’adesione media rilevata tra le 50mila e le 10mila utenze. Tali gruppi si caratterizzano per la contiguità con i movimenti antisistema novax/nogreenpass, nonché con forme associative locali che espongono una chiara posizione ideologica filorussa. Anche il social media Twitter” – si legge – “si conferma cassa di risonanza per fake news e propaganda, con il duplice scopo di aumentare la propagazione del messaggio ovvero di aumentare il rumore di fondo. Tra i momenti più significativi osservati nel periodo in esame”, prosegue il bollettino, spicca l’intervista rilasciata dal ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov a “Zona Bianca” (su Rete 4, ndr), che ha catalizzato a lungo il dibattito sulle principali piattaforme social”, con “diversi passaggi dell’intervento” che sono stati “ripresi e strumentalizzati in chiave disinformativa”. Nelle pagine interne si cita la famosa frase di Lavrov sulle presunte origini ebraiche di Hitler: “Tale affermazione”, si legge, “è stata poi rilanciata da varie fonti giornalistiche nazionali (Il Fatto, Il Giornale, Il Corriere della Sera) e da numerose fonti della disinformazione sul tema (maurizioblondet.it e il noto “L’Antidiplomatico”).

Tra le “narrative inedite” il documento cita anche “la convinzione di un’imminente entrata in guerra dell’Alleanza atlantica”, “la preparazione, da parte ucraina, di offensive che prevedano l’impiego sostanze chimiche“, “la delegittimazione dell’attività di informazione dei media occidentali circa il conflitto in corso”. E ancora “le dichiarazioni stampa della portavoce del ministro degli Esteri russo Maria Zakharova” (che ha detto che “i politici italiani stanno ingannando il loro pubblico”), “il malcontento e la sfiducia dei soldati ucraini prigionieri nei confronti del proprio esercito, accusato di utilizzare i civili come scudi umani“, “la pianificazione a tavolino del conflitto da parte degli Stati Uniti”, “il supporto russo alla campagna elettorale di Marine Le Pen“.

Infine, “l’uccisione in territorio ucraino di numerosi giornalisti di guerra”: qui si cita uno dei due nomi che appaiono anche nella lista di proscrizione del Corriere, l’economista e pubblicista Alberto Fazolo, “accusato” di un intervento a DiMartedì in cui ha sostenuto che “il numero di reporter rimasti uccisi in Ucraina negli ultimi otto anni ammonterebbe a circa ottanta”. Più avanti, parlando del canale Telegram “Giubbe rosse” – inserito nel report per aver “fortemente criticato” il presidente del Copasir Adolfo Urso – si cita anche Giorgio Bianchi, definito “noto freelance italiano presente in territorio ucraino con finalità di attivismo politico-propagandistico filorussi”. Di tutti gli altri, nessuna traccia. Eppure il Corriere metteva le loro foto in bella vista accanto al sommario “il materiale raccolto dall’intelligence“, lasciando intendere che il report li citasse per nome.

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