“Le notizie dal fronte saranno vere, per carità. Ma bisogna leggerle di traverso, possibilmente con le mappe e il calendario alla mano”. Secondo David Rossi, responsabile geopolitica militare di Difesa Online, le truppe russe stanno effettivamente spingendo al massimo per prendere Severodonetsk, l’ultima città ucraina della regione in fiamme di Lugansk, dove il governatore ha lanciato un drammatico appello ai civili: “È troppo tardi per scappare, restate nascosti nei rifugi”. I giornali parlano di una nuova “città martire” dopo Mariupol, ormai isolata dalla retroguardia di Rubizhne che garantiva rifornimenti. Zelensky parla di un “inferno” che miete 100 morti al giorno e implora gli Usa di fornire lanciarazzi a lunga gittata per sventare la morsa finale sul Donbass, priorità numero uno per Mosca che non ha risparmiato colonne umanitarie e civili in fuga.

Rossi però avverte: “Attenzione, non tutte le cose sono come sembrano”. Si riferisce al fatto, ad esempio, che l’offensiva per prendere Severodonetsk è partita il 12 aprile “dunque se anche la prendessero tra sette giorni, avrebbero impiegato un mese e mezzo per conquistare l’equivalente di una Sesto San Giovanni, ma senza una Milano vicino perché lì attorno c’è il nulla. Isolata com’è non è certo un obiettivo strategico, ma i russi la vogliono prendere per piegare la resistenza, quello degli ucraini è evitarlo a tutti i costi”. Questo non per sminuire l’avanzata delle truppe russe nell’area né le difficoltà degli ucraini, ma per precisare: “Mentre l’esercito russo usa tutto il meglio che ha (e che gli resta), in quelle zone per parte ucraina stanno combattendo gli uomini della Teroborona, gruppi di difesa territoriale, all’incirca una guardia nazionale. “Hanno fatto un lavoro eccellente nel respingere l’assalto russo, ma è chiaro che non hanno avuto la forza delle truppe scelte dell’esercito regolare che si sta addestrando all’uso delle armi che l’Occidente porta a migliaia di chilometri da lì”. Soprattutto per questo, stando all’esperto, i russi sono riusciti a prendere villaggio dopo villaggio. “Zelensky ha ragione a ritenere che 100 morti al giorno siano molti, ma sono poco più che volontari con un primo addestramento che si battono contro un esercito che tenta di esprimere il massimo della sua pressione. Da fonti dirette sono morti vere, drammatiche, ma in un rapporto di forze che talvolta ha sfiorato il 3 a 1 che per la dottrina militare è assolutamente favorevole a chi attacca. Gli ucraini lì ora hanno una missione sola: ridurre i danni. Poi resta il differenziale tra forse 40mila uomini, forse meno, e 40-50 battaglioni tattici russi”.

Che infatti si muovono anche su altri fronti. “In questo momento i maggiori movimenti di truppe sono dalle parti di Izyum e verso l’oblast di Kharkiv, per cercare di contenere la controffensiva ucraina, poi sulla zona sud del Donbass, verso Kherson, dove i russi hanno spostato molte truppe per tentare di rafforzare la posizione o tentare un’altra offensiva”. In ogni caso le cose possono cambiare rapidamente. “E’ già successo. Abbiamo assistito a una massiccia controffensiva ucraina proprio a Kharkiv dove i russi, messi sotto pressione, hanno dovuto cedere territorio. Non hanno risolto il problema della dislocazione dei comandi in prossimità delle zone a rischio. Immagino che se dovesse accadere, la resistenza ucraina prenderebbe di mira i depositi di munizioni e di carburante, i punti di comando, i centri logistici. A quel punto gli occupanti non potrebbero far altro che chiamare il comando e dire “che facciamo?”, ma siccome sono lontani dai rinforzi si sentirebbero rispondere “ritiratevi prima che arrivino”. Insomma, tutto è in bilico, molto è rimesso alla motivazione a resistere. Rossi fa notare, ad esempio, le incognite attorno alla caduta di città come Melitopol e Kherson, dove la popolazione aveva accolto gli occupanti tra le proteste ma la resistenza è stata meno agguerrita che altrove. “Le difese quasi non si sono viste, a differenza di quanto avvenuto altrove: corruzione? Inefficienza? Infiltrati? Lo stesso Budanov, capo dei servizi ucraini, l’ha detto: finita la guerra bisognerà capire cosa è successo da quelle parti. Non c’è dubbio: se avessero coperto meglio la zona della Crimea saremmo a raccontare un’altra guerra”.

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