La domanda aspetta una risposta da quasi undici mesi. Perché niente riesce a essere smentito più clamorosamente delle previsioni degli esperti. L’interrogativo è abbastanza semplice: la prima edizione della Uefa Conference League è stata davvero così triste come si temeva? Quattrocentoventi partite non sono bastate a elaborare un responso univoco. Perché la nuova competizione continentale ha confermato tutte le criticità che erano state sottolineate prima del suo fischio di inizio, lo scorso luglio. Ma ha anche mostrato qualche (raro) spunto interessante. La scelta di giocare in concomitanza con l’Europa League ha finito per cannibalizzare la già scarsa visibilità su cui potevano contare i club impegnati in Conference. La linea di confine fra le due coppe è diventata labile e sfumata, a volte praticamente inesistente.

Con 64 squadre equamente divise in due competizioni molto simili, capire chi giocava contro chi, ma soprattutto per cosa, si è rivelato un esercizio molto più complesso del previsto. E così la Conference ha inevitabilmente finito per accentuare il suo carattere di versione formato risparmio dell’Europa League. Colpa anche dei criteri di ammissione al trofeo. Mentre la Coppa delle Coppe aveva un carattere identitario “forte”, che la rendeva un raccoglitore delle squadre vincitrici delle coppe nazionali, la Conference League è diventata un ufficio di collocamento per squadre deluse. Dentro c’è finito più o meno chiunque: vincitori di microtornei nazionali, squadre piazzate nei principali campionati continentali, sconfitti seriali. Il caso più paradigmatico è stato quello dell’NS Mura. Il club campione di Slovenia, che la scorsa estate era impaludato alla posizione numero 323 del ranking Uefa (il più basso per una squadra impegnata in una coppa europea), è stato ammesso direttamente alla fase a gironi della Conference League dopo essere stato eliminato nei preliminari prima di Champions e poi di Europa League. Ma gli sloveni sono anche una delle pochissime squadre ad aver compiuto quella che con buona approssimazione può essere chiamata impresa. Incastonata nel Girone G insieme a Rennes, Vitesse e Tottenham, il Mura ha racimolato appena tre punti in sei partite. Ma li ha conquistati battendo proprio gli Spurs di Antonio Conte (dopo aver perso però per 5-1 la gara d’andata). Un cammino tutto sommato al di sopra delle aspettative che ha permesso agli sloveni di scalare quasi cento posizioni nel ranking continentale (ora sono al numero 225).

L’altra grande sorpresa è legata al Bodø/Glimt, che nella fase a gironi, sul suo campo sintetico, ha battuto la Roma di Mourinho per 6-1. Una sconfitta che in qualche modo ha cambiato la stagione giallorossa. A fine partita lo Special One ha sottolineato che non avrebbe perdonato facilmente i protagonisti della peggiore debacle della sua carriera. Ed è stato di parola. Villar e Borja Mayoral sono stati impacchettati e spediti al Getafe, Reynolds è finito in Belgio, Calafiori al Genoa, Diawara e Darboe sono praticamente scomparsi. L’unico a essere cresciuto e ad aver conquistato la fiducia dell’allenatore è stato Kumbulla. Che però non è mai riuscito a ritagliarsi un posto fra i titolari. Mourinho si è schierato apertamente contro i suoi giocatori e ha tolto loro qualsiasi alibi. E ha finito col conquistarli. Quando i due club si sono affrontati nuovamente, nei quarti di finale, non c’è stata storia. Il Bodø si è imposto 2-1 all’andata, in Norvegia, ma poi è stato annichilito all’Olimpico, dove ha dimostrato di soffrire oltremodo il grande pubblico.

Due eccezioni che confermano la stessa regola: in Conference League Davide ha continuato a recitare la parte di Davide, Golia quella di Golia. Il cortocircuito è proprio questo. La Conference League è una competizione che serve soprattutto alle squadre piccole, ma dove le sorprese diventano episodiche, dove ad andare avanti sono inevitabilmente i pesci più grandi dello stagno piccolo. Il rischio è quello di ritrovarsi impantanati a metà del guado. Chi vincerà il trofeo si porterà a casa poco più di 14 milioni di euro. Non esattamente una cifra che permette di sognare un mercato da capogiro. Il Mura, che lo scorso anno ha speso sul mercato circa 145mila euro, ha guadagnato 3.3 milioni. Una somma buona per provare a eternare il proprio dominio nel campionato nazionale. Il vero problema di questa prima edizione della Conference League, però, è stato soprattutto un altro. E ha riguardato essenzialmente il campo. I match interessanti sono stati davvero pochissimi. E tutti sono arrivati ben dopo gli spareggi con le retrocesse dall’Europa League. Per il resto i gesti tecnici sono stati più che modesti. O, come la tripletta di Zaniolo al Bodø, devono essere contestualizzati e riletti anche alla luce dell’avversario.

Ultimo Uomo, che ha portato a termine la titanica impresa di seguire da vicino tutte le sfide del giovedì, ha condiviso un video di VitesseRoma che racconta alla perfezione il significato tecnico della Conference League. In 12 tocchi consecutivi fra le loro trequarti difensive, i giocatori delle due squadre si sono regalati vicendevolmente il pallone con 8 campanili, una svirgolata e zero passaggi andati a buon fine. Ma c’è anche una premessa altrettanto significativa: il Vitesse si era qualificato come seconda nel girone (e negli spareggi aveva dovuto affrontar il Rapid Vienna) perché il Tottenham si era auto-sabotato affermando di non poter recuperare la partita contro il Rennes che era stata rinviata a causa di un focolaio di Covid fra gli Spurs. Come se non bastasse, nelle ultime settimane in molti hanno sostenuto che il livello della finale di Conference League fra Roma (undicesima nel ranking Uefa dietro al Manchester United) e Feyenoord (42°) sia di un livello addirittura superiore a quella di Europa League fra Rangers (33simi) ed Eintracht Francoforte (26°). Un’idea non del tutto infondata, anche se a fare la differenza è il modo in cui le squadre sono arrivate a giocarsi la coppa.

I Rangers hanno eliminato Borussia Dortmund, Stella Rossa, Braga e Lipsia. L’Eintracht ha sbattuto fuori Betis, Barcellona e West Ham. Niente di paragonabile al cammino a eliminazione diretta di Roma (Vitesse, Bodø/Glimt e Leicester) e Feyenoord (Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia). La sensazione è che la Conference League diventi un torneo vero solo dopo le semifinali, una coppa che assume importanza solo per chi la vince, ma soprattutto per chi perde la finale, vero sconfitto di un torneo dal sapore consolatorio. Cosa resta, allora, di questa prima edizione del torneo? Una vaga carica romantica, l’idea di un teletrasporto aperto verso un passato remoto, antecedente all’arrivo di Internet, dove i nomi di squadre sconosciute diventavano città da ricercare sull’atlante, da collocare in un contesto geografico a volte remoto e respingente. La Conference è riuscita a portare a galla frammenti di un pallone più povero e sommerso, di club spersi in quelle periferie del calcio continentale dove non sorge mai il sole, contrario esatto dell’impero di Carlo V. Storie che non sono mai riuscite a trasformarsi in favole, a conquistare un rango più elevato. La finale di stasera è diventata un’occasione per un movimento che non vince un trofeo europeo da ormai dodici anni. E questa, forse, la fotografia perfetta del decadentismo in cui è confinato il nostro calcio.

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