In un orizzonte cupo di covid e guerra, segnato da divisioni, c’è un luogo ideale dove tutti sono d’accordo: è il mondo accademico, quello che figlia concorsi truccati di cui nessuno s’accorge salvo la vittima esclusa. Chi assiste al fattaccio laddove si compie, tace. Più che un sospetto, oggi è una matematica certezza. Ilfattoquotidiano.it anticipa in esclusiva uno studio che dimostra come il 97% delle decisioni assunte nei cda degli atenei sono votate all’unanimità. Un dato clamoroso che si deve alla mobilitazione degli iscritti di Trasparenza e Merito (Trame), l’associazione nata proprio per contrastare le opacità in fatto di assegnazione di cattedre e risorse. Professori e ricercatori si sono presi la briga di richiedere e verificare ben 3547 delibere del 2020 a 15 atenei italiani di diversa dimensione. Per poi scoprire che solo 3 consiglieri su 100 avevano votato in dissenso. E che molte università si sono rifiutate di renderle pubbliche e fornirle ai ricercatori.

Il risultato dell’esperimento è significativo per chi volesse andare alla radice più profonda della malapianta che foglia continui scandali e inchieste della magistratura. Consente di andare oltre il dito puntato contro la casta dei “baroni” e di codificare il sistema di potere in cui si muovono i massimi organi deliberativi degli atenei, sistema del tutto legale e normato dalla legge, ma che consente loro di fare il bello e il cattivo tempo, finché bussa la Finanza. A scarni numeri è appesa la “grande epopea” del mondo alla rovescia, dove al massimo del sapere e della conoscenza non corrisponde il loro esercizio verso il bene collettivo. Un mondo appeso a pochi numeri: dalle delibere d’ateneo si scopre che solo 3 consiglieri su 100 hanno avuto l’ardire di verbalizzare una posizione di dissenso (o di votare contro) la decisione assunta preventivamente dai colleghi. “Galateo accademico”, lo chiamavano i docenti della facoltà di Giurisprudenza di Genova, intercettati dalla Finanza perché nell’assegnare concorsi per il posto da docente o ricercatore andavano all’esatto contrario di quanto previsto dalla legge. E cioè “andavano scelti prima i vincitori e poi fatti i bandi”.

Va ricordato che il cda è l’organismo di maggior potere all’interno della vita e dell’organizzazione accademica: decide l’indirizzo strategico, la programmazione finanziaria annuale e triennale e sul personale, le proposte di reclutamento e chiamata di professori e ricercatori formulate dai dipartimenti, nonché di vigilanza e controllo sulla sostenibilità finanziaria delle attività. Delibera l’attivazione o soppressione di corsi e sedi, strutture per la didattica, la ricerca e i servizi, il regolamento di amministrazione e contabilità, nonché, su proposta del rettore e previo parere del senato accademico, l’approvazione del bilancio, il piano edilizio dell’ateneo assegnando le relative risorse. Last but not least, esercita il potere disciplinare sui docenti e conferisce l’incarico, su proposta del rettore, al direttore generale, decidendo in merito alla revoca e alla risoluzione del rapporto di lavoro. Tutto, insomma, si decide lì. Ecco perché era importante capire “come”. La curiosità, si fa per dire, era capire come si fanno le scelte in quel ristretto consesso di decisori pubblici che in mano ha il destino degli atenei, a partire dai fondi ordinari per arrivare a quelli straordinari che pioveranno dal Pnrr: sceglie con logiche democrati e trasparenti?

Dallo studio pare proprio di noi. Se a Firenze, per dirne una, in un anno si tenute 16 sedute che hanno “licenziato” 611 delibere e 594 sono state approvate da tutti i consiglieri, il 97,22%. E che dire della Sapienza di Roma con 415 delibere su 419 ha il record del 99%? Vale la pena notare che nella casistica raccolta non c’è alcuna differenza tra gli atenei minori che hanno una mole di decisioni inferiori da prendere e quelli grandi o “mega”. L’Università di Udine ha 14mila iscritti ma il suo tasso di “compattezza” dei consiglieri (98,33%) è del tutto analogo a quella di Padova che di iscritti ne conta oltre 60mila, a riprova che ogni decisione presa, su tutto il complesso di attività gestite dal cda, viene sottoscritta senza alcuna voce critica. Un mondo dove non ci sono distinguo, critiche, contrapposizioni. Il migliore dei mondi possibili, appunto.

Peccato che ogni ateneo abbia o abbia avuto le sue grane di concorsi truccati, di appalti su misura, di fondi dispersi. Perché succeda lo spiega Giambattista Sciré, autore del libro-inchiesta Mala Università (Chiarelettere), in cui mette insieme le molte indagini che hanno travolto le università italiane e fondatore di “Trame”. “E’ molto semplice, grazie alla riforma Gelmini del 2010 il rettore è diventato un autocrate che ha potere di vita e di morte su docenti e capi dipartimento che lui stesso nomina. Fa pure parte del Senato accademico che un tempo fungeva da contrappeso e godeva di una certa autonomia. Gestisce pure il collegio di revisione perché nomina pure quello. Quando il cda prende decisioni lo fa all’unanimità perché il docente preferisce tacere piuttosto che entrare in urto e magari ritrovarsi fuori da questo innercircle del potere accademico, dove non c’è alcuna democrazia decidente, nessuno confronto o dibattito interno. E’ il trionfo del clientelismo e della compiacenza per convenienza. Perché se ti metti di traverso resti segnato a vita, non mandi più nessuno in cattedra. Non so immaginare, in queste condizioni, cosa ne sarà dei fondi europei del Pnrr: fondi pubblici che saranno spesi da piccole consorterie private sulle cui scelte nessuno controlla, salvo intervento della magistratura. Succede per i concorsi, succede per le risorse”.

Un timore motivato anche dalla mancanza di trasparenza in cui si sono imbattuti i docenti coinvolti nella ricerca. “Avevamo in realtà deciso di studiare i dati di 15 atenei che avevamo selezionato e sui quali c’era stata la disponibilità di indagine, ma strada facendo abbiamo scoperto che gli atenei di Catania, Macerata, Milano statale, Ferrara e Salerno non rendono accessibili i verbali con le delibere dei loro CdA. Non le rendono pubbliche, cioè non solo non risultano visionabili dai cittadini ma perfino dai docenti e dal personale che in essi lavora. Si tratta di un segnale di mancata trasparenza di atti amministrativi di interesse pubblico che lascia sgomenti”. In alcuni casi, come a Catania, l’accesso è negato perfino ai docenti che ne fanno parte. Altre volte viene concesso, ma non si rendono visibili gli allegati che sono parti integranti e sostanziali delle delibere: “E’ evidente che talvolta il solo verbale, privo degli allegati, non consente una lettura intellegibile della decisione. Viene da chiedersi, ma la risposta si intravede agilmente, la ragione per la quale questi atenei nascondano l’accesso delle proprie delibere”.

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