La fallita corsa del premier al Colle? Secondo Matteo Renzi l’errore fu dei “Draghi’s boys“, ovvero i collaboratori più stretti e in particolare Francesco Giavazzi e Antonio Funiciello. E’ questa la ricostruzione dell’ex premier che, nel suo ultimo libro “Il mostro”, tra le tante cose torna anche sui giorni concitati dell’elezione del presidente della Repubblica. Ed espone la sua versione dei fatti: ricorda come sia stato tra i principali sostenitori di Mario Draghi, ma anche di come il “suo candidato” abbia completamente sbagliato strategia. Renzi assolve il premier e se la prende piuttosto con chi l’ha consigliato che, a suo dire, non ha saputo capire come funziona il Parlamento: “È la dimostrazione che si può essere bravi professori all’università, ma che il Parlamento è un’altra cosa“, scrive.

Le trattative che hanno portato alla rielezione di Mattarella sono state molto confuse e sono tante le ricostruzioni circolate nelle settimane successive. Ora Renzi fa la sua analisi di cosa sarebbe andato storto nel tentativo di portare Draghi al Colle. “Nei primi giorni delle votazioni quirinalizie mi ero tenuto prudente”, si legge nell’estratto pubblicato dal Corriere della sera. “Come sempre in questi casi avevo più candidati. Dicevo a tutti che per la solidità delle istituzioni la cosa più logica mi sembrava spostare Mario Draghi al Quirinale e rinforzare il profilo politico del governo. Non era un passaggio facile. In molti lo temevano. Io pensavo che Draghi per sette anni avrebbe fatto meglio al Paese di un solo anno a Palazzo Chigi”. Continua: “La sua corsa aveva alcuni handicap. E ovviamente tra questi figurava la resistenza molto forte di Cinque Stelle, Forza Italia e Lega”. Però, secondo Renzi c’era un modo per far eleggere Draghi: “Penso che tale ostilità si sarebbe potuta tramutare in appoggio — perlomeno a destra — se solo Draghi avesse scelto di giocarsi le carte in modo diverso. Più che Draghi, direi i suoi più stretti collaboratori”. Quindi nessuna colpa al premier che “non ha brigato”. Piuttosto la responsabilità è dei suoi.

Ed ecco che Renzi individua con nome e cognome chi ha commesso quegli errori. “Temo, però, che i suoi collaboratori più stretti — soprattutto Francesco Giavazzi e Antonio Funiciello — abbiano costruito una strategia sbagliata. L’errore dei Draghi’s Boys è stato quello di pensare di arrivare al Quirinale contro la politica, come reazione alla difficoltà della politica. Pensavano di essere chiamati al Quirinale come una sorta di naturale soluzione se si fosse continuata a indebolire la componente politica. Io avevo spiegato invece che la strada maestra era l’altra: provare a offrire ai partiti un patto di legislatura, comprensivo dell’accordo di un nuovo governo, magari più marcatamente politico. E su questo anche Salvini aveva — bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare — aperto ufficialmente a inizio gennaio”. Ma così non è stato. “Non tanto Draghi, ma i suoi hanno insistito per caratterizzare il premier come la soluzione da presentare contro l’inconcludenza dei partiti. È la dimostrazione che si può essere bravi professori all’università, ma che il Parlamento è un’altra cosa. In Italia se vai contro ai partiti puoi arrivare ovunque tranne che al Colle”. E chiude: “Mi è parso che Draghi lo avesse molto chiaro nei nostri incontri di gennaio tra Città della Pieve e Roma, ma che i suoi due principali collaboratori non lo abbiano capito per niente. Segno evidente che a Palazzo Chigi, oggi, il più politico di tutti è proprio il premier”.

Infine Renzi cita anche il suo incontro con Pier Ferdinando Casini, proprio quando la sua candidatura era sfumata per l’ennesima volta. “Alla fine non è stato voluto da Salvini e dalla Lega, nonostante il placet che da Forza Italia al Pd era arrivato in modo più o meno esplicito. Sono testimone del fatto che Casini ha vissuto come sull’ottovolante quelle ore”. Ma sempre, dice, “da galantuomo”. I due si sono anche visti per una “pizza e una bottiglia di champagne” a casa di Renzi a Roma e insieme a un amico comune. Lì, dice Renzi, Casini gli ha letto “il finale del primo discorso che avrebbe pronunciato”: “Bellissimo, con una citazione toccante di papa Giovanni Paolo II“. Casini oggi si è affrettato a rettificare: “Non vedo l’ora di leggere il libro di Renzi, che non è mai banale. Ovviamente il mio discorso non è mai esistito…la citazione di Giovanni Paolo II nella mia testa, questa invece si!”.

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