Ancora scontri nelle regioni di Mykolayiv e Dnipropetrovsk, ancora colpi d’artiglieria a Sumy, riconquista di Kharkiv e solito martellamento sull’acciaieria Azvostal. Si combatte perfino all’Isola dei Serpenti, dove tutto è iniziato. Ucraina, giorno settantotto dell’operazione speciale: niente di nuovo, sul fronte orientale. Chi sta vincendo? Undici settimane di scontri, e nessuno lo sa. L’impressione è che pure la cosiddetta “fase due” dell’avanzata di Putin si sia in qualche modo arenata, frenata dalla resistenza ucraina (armata dall’Occidente) ma anche da nuovi errori strategici e vecchie difficoltà dell’Armata Rossa, quella che perfino il fedelissimo di Putin Vladimir Soloviev ha definito “imbarazzante”. Sul terreno nessuno compie significativi progressi da giorni. Mosca ancora non riesce a sfruttare la superiorità che ha sulla carta, Kiev riesce a difendersi con la forza del potenziale economico, militare e tecnologico di tutto l’Occidente. Il differenziale si annulla sul terreno, portando a un sostanziale equilibrio. Sarebbe poi la condizione ideale per arrivare a un negoziato concludente, ma Zelensky va nella direzione opposta: proprio per l’affanno con cui avanzano le forze russe alza la posta, ritira ogni disponibilità a cedere territori e rimanda il negoziato a quando a ritirarsi saranno i russi. Sono le premesse di una guerra di logoramento che potrebbe durare mesi, forse anni. Abbiamo provato a fare il punto attraverso il contributo di diversi analisti.

LE VITTIME E I COMBATTENTI – Sarebbe il primo parametro per valutare l’andamento di una guerra, e infatti nessuno lo rivela. Le ammissioni di Mosca sono sempre col contagocce, sospette di una sistematica sottostima. Kiev snocciola ogni giorno cifre sospettate del contrario: dichiara l’uccisione di 26.900 soldati dal 24 febbraio, la distruzione di 200 aerei, 1200 carri armati, 405 droni e tra navi e imbarcazioni minori. Numeri da prendere con le pinze, tanto che Mosca non si sforza neppure più di negarli. Anche il numero dei combattenti effettivi è alquanto incerto: gli esperti di affari militari indicano che nell’attacco del Donbass la Russia ha un vantaggio numerico di 4/5 a 1, con l’Ucraina che ha schierato circa 40mila uomini, un terzo o un quarto del totale delle sue forze armate regolari. Ma quelle migliori, addestrate alla guerra difensiva fin dal 2014, quando le forze del Cremlino hanno occupato le autoproclamate repubbliche di Donetsk e di Lugansk. Fonti di intelligence Usa riferiscono che dall’offensiva Purin avrebbe perso fino al 20% delle truppe. Sono proprio i soldati, è convinzione di molti analisti, il vero punto debole: male addestrati, poco motivati, troppo giovani. Si teme che Putin lanci la mobilitazione generale, opzione per ora rinviata. Dal web però si è però scoperto che per rinforzare i reparti la Difesa di Mosca recluta perfino su Superjob.ru, dove sono attivi 19mila annunci.

LE ARMI – Il 9 maggio si è tenuta la famosa parata sulla Piazza Rossa che doveva impressionare il mondo. A giudizio di molti esperti sul fronte dei sistemi d’arma non si è visto nulla di inedito e i dispositivi più moderni concepiti dall’industria militare russa che hanno sfilato sono al più prototipi lontani dalla produzione. In Ucraina di sicuro non si è visto nulla di tutto questo, perlopiù vecchi “pezzi” dell’Unione Sovietica. Ad esempio i missili aria-superficie Kh-22 prodotti (non progettati, prodotti) negli anni 60/70 e superati dalla versione KH-32. Idem per i carri armati: si sono visti ben pochi esemplari del T-90M (ad esempio i due abbattuti nei giorni scorsi dagli ucraini). Prodotto dalla Uralvagonzavod è l’orgoglio dell’industria bellica russa, ma ogni esemplare costa 4,5 milioni di dollari. Così “sul campo” si vedono perlopiù i più anziani T-72 e T-80, che risalgono alla prima metà degli anni Settanta, ammodernati (gli stessi, per altro, forniti agli ucraini da paesi come la Cecoslovacchia). Si sono viste immagini di miliziani filorussi con vecchio elmetto e boschetto.

PROBLEMI TATTICI – A inficiare l’offensiva di Mosca sono anche errori tattici che stanno rovesciando il mito della dottrina militare russa. Quelli della prima fase dell’invasione sono noti: la fallita occupazione di Hostomel, l’affondamento dell’ammiraglia della flotta del Mar Nero, la strage di ufficiali al comando di Izyum e l’inutile assedio allo stabilimento-fortezza dell’Azovstal. Anche la “fase due”, con le operazioni riconcentrate attorno all’area del Donbass e il comando riorganizzato sotto la guida dal generale Alexander Dvornikov, non ne è esente. Per David Rossi, esperto di Difesa Online che monitora in tempo reale i movimenti a terra le ultime difficoltà nell’avanzata delle truppe sarebbero dovute non tanto o solo alla resistenza che incontrano, quanto al “malriuscito tentativo di insaccare gli ucraini lungo il fiume Siverskyi Donets, dove però si sono cacciate in un “collo di bottiglia” foriero di una carneficina”. A sera diversi media internazionali riferiscono che le forze russe hanno peso fino a mille uomini, l’equivalente di un battaglione, e decine di carri armati durante il tentativo (fallito) di attraversare il fiume. Le immagini rilanciate dai social fanno vedere ancora spostamenti di mezzi in colonna che assursero a emblema del fallimento della prima fase dell’invasione. “Al di là dei problemi logistici, il fatto stesso di vedere ancora oggi, dopo quel che han fatto attorno a Kiev, fa pensare piuttosto che le truppe non possano che marciare compatte, perché se le sciogli per prendere posizione ed entrare in azione non le controlli più. E allora si preferisce farle viaggiare così a rischio di essere esposte”.

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