Nella capitale afghana Kabul una dozzina di donne hanno protestato contro il nuovo editto dei Talebani che le obbliga a indossare il burqa in pubblico – il velo integrale che copre tutte le parti del corpo. “Giustizia, giustizia!” ripetono le manifestanti, alcune con i volti coperti, protestando in città.

Si è alzato anche il grido “Il burqa non è il nostro hijab!”: le protestanti sono contrarie a sostituire il velo che copre solo il capo con il burqa, che invece nasconde tutto il corpo dalla testa ai piedi. Il corteo si è mosso per circa 200 metri, finché non è stato fermato dai combattenti islamisti.

“Le donne che non sono né troppo giovani né troppo anziane devono coprirsi tutto il volto, come indicato dalla Sharia, per evitare di provocare quando incontrano uomini che non siano mahram” – cioè parenti stretti, recita il decreto firmato un paio di giorni fa dal leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada. Il loro portavoce Zabiullah Mujahid ha poi ribadito che “secondo il diritto internazionale, ogni società ha il diritto di vivere secondo i propri valori e le proprie convinzioni. È il codice ideologico ed è il simbolo della società afghana, uno dei suoi valori importanti. I leader di ogni comunità sono i rappresentanti della propria comunità”, invitando la comunità internazionale a non interferire.

“Vogliamo vivere come esseri umani, non come alcuni animali tenuti in cattività in un angolo di casa” ha replicato una manifestante del corteo, Saira Sama Alimyar. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto “allarmato” dall’annuncio dei Talebani. L’espressione di “forte preoccupazione” è arrivata anche dalla Missione Onu in Afghanistan, visto che oltretutto le “violazioni” delle nuove norme “porteranno a punizioni per i parenti maschi”.

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