Sono passati più di 30 anni dal referendum che ha cancellato il programma nucleare nazionale ma la lunga e difficoltosa opera di smantellamento degli impianti nucleari italiani, avviata nel 2000, prosegue. E mentre da un lato la crisi energetica ha rimesso sul tavolo l’ipotesi di un ritorno al nucleare dall’altro proprio negli ultimi due anni si assiste ad una significativa accelerazione per ciò che riguarda la disattivazione e la messa in sicurezza dei vecchi siti da parte di Sogin, la società pubblica cui è affidato questo compito.

In Italia ci sono 4 ex centrali nucleari e 5 impianti di ricerca e produzione. Siamo stati nel sito del Garigliano, in provincia di Caserta. La centrale campana non fu chiusa, come avvenne per le altre, in seguito allo shock causato dall’incidente di Chernobyl dell’86 (e al successivo referendum ’87, ndr), ma qualche anno prima, nell’82, quando in seguito al terremoto in Irpinia si accesero i riflettori sull’urgenza di adeguare la struttura ai parametri antisismici. Vista la spesa esorbitante per l’adeguamento sismico si preferì lo stop all’impianto. Qui nel casertano, a 40 anni di distanza dalla chiusura è stata lanciata la gara per lo smantellamento del ‘nocciolo’ del reattore, il cuore dell’impianto.

È la prima volta che in Italia si parte con un’operazione di questo tipo. “Negli anni ’60 eravamo all’avanguardia per la produzione di corrente da nucleare – spiega Agostino Rivieccio, Operation manager per le centrali di Latina e Garigliano della Sogin, la società cui è stata affidata la disattivazione di tutti gli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi e la creazione del deposito nazionale, in cui verranno conferiti anche i rifiuti prodotti ogni giorno dalla medicina nucleare – oggi invece siamo all’avanguardia per il ‘decommissioning’ delle centrali nucleari e lo smantellamento del ‘nocciolo’ segna un’accelerazione in questa direzione”. Un’operazione che per gli addetti ai lavori rappresenta una sfida ma anche un motivo di orgoglio dal punto di vista ingegneristico. Ciò su cui il Paese è in ritardo è la creazione del deposito nazionale per le scorie radioattive. “Al momento in tutti i siti sono stati creati dei depositi provvisori per i materiali contaminati in attesa del deposito – spiega Francesca Onofrio, Project manager Sogin dismissione reattori – però bisogna sottolineare che i nostri impianti oggi sono sicuri anche perché il combustibile nucleare (uranio e plutonio, ndr) è stato inviato in Francia e in Gran Bretagna per essere riprocessato. Così facendo – prosegue – abbiamo allontanato circa il 99% della radioattività che era presente quando la centrale era in funzione”.

Il problema ora è che le scorie, cioè gli scarti del riprocessamento, rientreranno in Italia. Di conseguenza la creazione del deposito nazionale è fondamentale per raggiungere la cosiddetta fase di ‘green-field’ degli impianti nucleari in dismissione. Senza il deposito, i rifiuti radioattivi resterebbero nei siti. Il costo dell’opera si aggirerebbe intorno ai 900 milioni di euro ma non si è ancora giunti a una decisione condivisa per la localizzazione e considerando le perplessità dei territori legate al nucleare non sarà facile individuare l’area su cui sorgerà il deposito. Bisogna però fare in fretta anche perché i costi di gestione per ogni centrale nucleare non sono trascurabili. Il sito campano, non produce più energia ma in circa trent’anni è costato diverse centinaia di milioni di euro in attività di smantellamento, messa in sicurezza e costi generali di gestione, inoltre il trattamento del combustibile all’estero non è gratis, anzi costa molto. Al momento la dismissione del Garigliano è al 50% e tra tutte le centrali risulta essere quella in cui si registra il processo di smantellamento più avanzato. Solo per smantellare l’amianto presente in questo sito ci è voluto un intero anno. E nel 2010 si è arrivati alla totale decontaminazione da amianto.

Nella centrale casertana i lavori finiranno nel 2026. A lavori ultimati saranno state prodotte 286 mila tonnellate di materiale, di cui 5 mila di rifiuti radioattivi. Il resto sarà recuperato e riciclato. Tutto per un costo totale di circa 380 milioni di euro. La struttura invece resterà in piedi perché è un progetto dell’ingegnere Morandi, considerato patrimonio architettonico da trasformare eventualmente in un museo. Sulla tempistica dei lavori ventennali di Sogin Francesca Onofrio ci spiega che oltre alla rimozione dell’amianto, sono stati necessari

numerosi interventi per ripristinare e ammodernare i vecchi impianti e consentire così le operazioni necessarie. “Ogni intervento richiede un tempo di studio e di programmazione notevole – dice la Onofrio – lo smantellamento del ‘nocciolo’ del reattore ad esempio ha richiesto 2 anni solo di progettazione, insomma sono interventi particolari in cui bisogna tenere conto di tanti aspetti a partire dalla sicurezza dei lavoratori”.

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