C’è solo una cosa che spaventa più della paura di perdere. Ed è il timore di vincere. Un’ansia che si infila sottopelle, che sgonfia i muscoli e annebbia le idee. Sono tanti i sogni di gloria scoppiati come bolle di sapone per un errore individuale. Sbagli così macroscopici da apparire surreali e grotteschi, che finiscono per fagocitare il destino di un’intera squadra e della sua tifoseria. Ecco cinque papere che hanno indirizzato in maniera irreversibile l’esito di un campionato nazionale tanto da diventare iconici, patrimonio condiviso.

1° giugno 1967, Mantova – Inter 1-0.
La papera di Sarti
L’ultima di campionato si gioca in un insolito pomeriggio di giovedì. L’Inter di Herrera ci arriva con un punto di vantaggio sulla Juventus, ma anche con un macigno pesantissimo sulle spalle. Una settimana prima ha perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic Glasgow. I ragazzi di Jock Stein sono diventati i Lisbon Lions. E hanno frantumato le sicurezze dei nerazzurri. Un pensiero che diventa ricorrente mentre l’Inter si prepara ad affrontare il Mantova. Il divario fra i due club non lascia spazio ai sogni di gloria bianconeri. Almeno sulla carta. Alla vigilia della partita il tecnico juventino Heriberto Herrera parla con i giornalisti. Dice che alcuni dirigenti della Signora andranno a vedere la partita a Mantova. “Ho chiesto, inoltre, di poter avere una ripresa filmata di tale partita”, aggiunge. È una dichiarazione che insinua la paura di irregolarità, anche se il tecnico assicura che intende usarla solo per preparare uno spareggio. “In occasione della partita contro il Celtic siamo stati traditi dalla stanchezza psicologica. A Mantova, tuttavia, scenderemo in campo molto più sereni e quindi basterà il solo ritorno in squadra di Suarez per garantirci quel livello di rendimento che sarà sufficiente per assicurarci la vittoria e, con essa, la riconquista del titolo di campioni d’Italia”, dice l’altro Herrera, quello nerazzurro. È un’ostentazione di sicurezza che si sgonfierà molto presto. Sul campo la partita non si sblocca. Fino al 4° della ripresa. Di Giacomo va via a sinistra. È molto decentrato ma decide comunque di calciare in porta. Ne esce un tiro a effetto che manda in cortocircuito Sarti. Il portiere dalla morsa d’acciaio stavolta non trattiene il tiro. Il pallone sguscia via dalle sue mani e continua la sua corsa. Sarti si gira, lo guarda superare la linea di porta, scoppia a piangere. L’Inter si ferma lì. La Juventus, che ha battuto 2-1 la Lazio condannandola alla B, è campione d’Italia. “Così ho finito male un campionato che avevo cominciato e condottò abbastanza bene”, dice Sarti a fine partita.

14 maggio 1994, Deportivo La Coruna – Valencia 0-0.
Il rigore di Djukic.
L’uomo con il cinque sulle spalle è fermo sul dischetto del rigore. Le mani che coprono il viso, il respiro che si strozza in gola. Perché il suo errore è diventato un disastro collettivo, appuntamento mancato con la storia. Il 14 maggio del 1994 è il giorno più cupo della storia del Deportivo. La squadra di Arsenio Iglesias comanda la classifica della Liga con due punti di vantaggio sul Barcellona. Tutto si gioca nell’ultima giornata, in casa contro il Valencia. Le piogge abbondanti hanno allentato il campo del Riazor, ma tutti ostentano sicurezza. La sera prima della partita i tifosi del Depor organizzano la festa. Le macchine viaggiano da un capo all’altro della città suonando i clacson, le piazze principali vengono coperte di decorazioni bianche e blu, i balconi ostentano bandiere. Il campo racconta una verità molto diversa. Il Depor non corre, sferraglia per il campo. Sono “89 minuti di impotenza Gallega”, scrive Jesús Galindo del Mundo Deportivo. Poi la partita cambia in un minuto. Il Deportivo guadagna un calcio di rigore. È a undici metri dalla Liga. Sul dischetto però non va Bebeto, ma Djukic, professione difensore centrale. È una scelta che fa discutere. Perché sembra che il brasiliano si sia rifiutato di tirare il rigore decisivo. Il serbo mira alla sinistra del portiere, chiude gli occhi. La conclusione è flebile, l’angolazione nulla. González si tuffa e blocca. È la fine. La panchina del Deportivo “es un funeral”, scrivono i media spagnoli. Perché il Barcellona di Cruyff ha vinto 5-2 sul Siviglia ed è diventato campione di Spagna.

7 giugno 1992, Tenerife – Real Madrid 3-2.
Il retropassaggio di Sanchis.
Non c’è niente di più maestoso di una divinità che finisce nella polvere. Un principio che a Madrid ha trovato applicazione concreta il 7 giugno del 1992. A 90’ dalla fine della Liga il Real Madrid è in testa alla classifica con un punto di vantaggio sul Barcellona. L’ultima giornata assomiglia molto a una scampagnata fra amici. Perché le meringhe devono volare in casa di un Tenerife già salvo. La settimana che porta al match è una via crucis fra le polemiche. Mundo Deportivo pubblica in copertina una strana foto di Cruyff. È seduto sul pallone durante un allenamento e porta in bocca qualcosa che sembra un panino. Il titolo è più efficace: “Non credo che il Real Madrid vincerà a Tenerife”. Sembra una boutade, invece quella frase assume pian piano un’aurea nera. Il giorno dopo il quotidiano spagnolo si spinge oltre. Pubblica un’intervista a un calciatore del Tenerife. Si chiama Manolo ed è il fratello, maggiore per età e minore per talento, di Fernando Hierro. “Mi spiace per lui – dice – ma il Real Perderà il titolo contro di noi”. Bene. A sbloccare la partita è effettivamente Hierro. Ma Fernando. Hagi raddoppia. La pratica è archiviata dopo neanche mezzora minuti. “Delirio en el banquillo blanco”, urla il commentatore della tv spagnola. Al minuto numero 36 Quique Estebaranz accorcia le distanze. Non sembra un grande problema. Almeno fino al 77esimo. Perché in un giro di lancette la storia cambia parecchio. Prima Ricardo Rocha fa tap in, ma nella sua porta. Poi Sanchis raccoglie palla pochi metri prima della linea di centrocampo. È in difficoltà, così invece di sparare la palla fuori decide di effettuare un lunghissimo passaggio verso il proprio portiere. La traiettoria è altissima, la potenza massima, così nonostante l’intervento dell’estremo difensore la palla torna in gioco. Fra i piedi di Pier, che segna il definitivo 3-2. La Liga va al Barcellona. E un anno più tardi i calciatori del Tenerife annunciano di aver ricevuto un premio in caso di vittoria contro le meringhe.

27 aprile 2014 Liverpool – Chelsea 0-2
Lo scivolone di Gerrard
Il tradimento non si è consumato per una questione di minuti. Perché prima del canto del gallo, Stevie-G aveva rinnegato il suo Liverpool molto più di tre volte. Nell’estate del 2005 il Chelsea di Mourinho lo ha praticamente acquistato. D’altra parte non c’era niente che i soldi di Abramovic non potessero acquistare. Il centrocampista è ammaliato dallo Special One. Pensa che l’unica possibilità che ha per vincere sia di farsi allenare da quell’uomo dall’ego smisurato. È tutto fatto. Ma l’affare salta all’ultimo, perché Gerrard era rimasto folgorato sulla via di Londra. “Voglio vincere trofei con il Chelsea o voglio essere fedele al Liverpool – si era domandato – Cosa è più importante per me? Titoli e medaglie o l’amore e il rispetto?”. Nove anni più tardi, a tre giornate dalla fine, il suo Liverpool ha tre punti di vantaggio sul Manchester City e cinque sul Chelsea. E si gioca tutto nella sfida contro il Chelsea di Mourinho. La sera prima della partita Gerrard è sul suo divano. Solo che all’improvviso sente la sua schiena che si spezza a metà. Il dolore è insopportabile. L’ibuprofene non fa effetto. Il Voltarol fa ancora meno. Solo il Diazepam sembra dargli un minimo di sollievo. Stevie-G non può mancare. Così decide di farsi un’iniezione di cortisone e di prendere il suo posto in mezzo al campo. È una decisione di cui si pentirà per il resto della vita. La partita è molto più difficile del previsto, il Liverpool non riesce a sfondare. Poi, al 45’ Mamadou Sakho è quasi sulla linea del centrocampo e passa il pallone a Gerrard. Il numero 8 alza la testa per osservare la posizione di Ba e si prepara a ricevere. Ne ha stoppati a milioni di quei palloni durante la sua carriera. Eppure non riesce a fermare il più importante di tutti. Gerrard cicca l’aggancio e scivola, poi si rialza e comincia a correre dietro a Ba che nel frattempo è solo davanti a Mignolet. “Tutto quello che ho pensato dentro di me è stato: Salvami Simon, salvami”. Ma se Dio raramente risponde alle preghiere, figuriamoci Mignolet. Il Chelsea segna il gol dello 0-1, poi raddoppierà nella ripresa. Gerrard verrà ricordato (anche) come l’uomo che ha regalato il titolo al Manchester City di Pellegrini. Ed forse è stato quello il momento che lo ha trasformato una volta per tutte in leggenda.

5 maggio 2002, Lazio – Inter 4-2
Il colpo di testa di Gresko.
La storia si ripete sempre due volte. La prima come farsa, la seconda come tragedia. Un aforisma che diventa di stretta attualità per gli interisti nel pomeriggio del 5 maggio 2002. A novanta minuti dalla fine del campionato la squadra di Hector Cuper è ancora tallonata da Juventus e Roma. L’imperativo è vincere per mettere in cassaforte lo scudetto. Tutto lascia pensare che l’impresa non sia poi così complicata. Le due tifoserie sono gemellate, l’Olimpico è vestito di nerazzurro, e con i giallorossi ancora in corsa per il titolo la sconfitta non sembra poi così dolorosa per i biancocelesti. Il pareggio dura appena 12 minuti. Poi Vieri scaglia in porta il pallone che vale il vantaggio nerazzurro. Mentre l’attaccante si sfila la maglia e corre a esultare, in tribuna Massimo Moratti si fa il segno della croce. Ha un presentimento che non lo lascia tranquillo. E ha ragione. La Lazio pareggia con Poborsky e l’Inter si porta di nuovo avanti con Di Biagio. Le montagne russe sembrano essersi fermate lì. Poi allo scadere succede qualcosa di incredibile. Un pallone di imbizzarrisce nell’area dell’Inter e sale fino al cielo, Gresko opta per il retropassaggio di testa a Toldo ma non si accorge dell’arrivo dell’avversario e gli consegna il pallone dell’2-2. “Dove non arriva la squadra di Zaccheroni arriva Gresko – dice Bruno Longhi nel servizio di Controcampo – che è slovacco ma è anche più cieco del ceco Poborsky che serve inavvertitamente”. L’Inter si ferma lì. Segnano Simeone e Simone Inzaghi. “La Lazio ha giocato con tanto impegno, come in una finale di Coppa”, dice Moratti. E ancora: “I miei giocatori sono dei poveri cristi, ma spero che la Lazio abbia vinto per sé stessa e non per conto di altri”. Quel derby entra nella storia per le lacrime di Ronaldo seduto in panchina e per quel colpo di testa di Gresko, che il giorno successivo andrà a fare shopping per le vie di Milano come se niente fosse.

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