Il riscaldamento globale ha conseguenze drammatiche sul mondo vivente. La grande barriera corallina australiana sta attraversando un periodo di crisi acuta, con stime del 50% di riduzione della vitalità dei coralli superficiali, più esposti alle ondate di calore. In Mediterraneo le ondate di calore degli ultimi 20 anni hanno causato estese morie di invertebrati che non sopportano temperature elevate. In compenso, sempre in Mediterraneo, più di mille specie tropicali si sono acclimatate alle nuove condizioni termiche, a volte sostituendo le specie indigene che non tollerano il caldo.

Queste cose ci “toccano” quando le vediamo in qualche documentario ma, finita la trasmissione, torniamo alla nostra vita quotidiana.

Il caldo è un nemico subdolo: non uccide, ma fa morire. Anche la nostra specie è soggetta al suo impatto. L’ondata di calore del 2003 ha causato migliaia di morti in Europa. Le stime parlano di 18.000 morti in Italia, 15.000 in Francia, 2.000 in Portogallo e molte centinaia in altri paesi europei, per un totale di quasi 40.000 morti. Le cifre derivano dal confronto del numero di morti negli anni “normali” rispetto a quelli dell’anno “caldo”. Gli anziani sono stati le vittime più frequenti. Proprio gli anziani mostravano, all’epoca, una forte avversione per l’aria condizionata ma, dal 2003, la diffidenza verso i condizionatori è venuta meno. Anche le utilitarie, oramai, hanno l’aria condizionata. L’aria condizionata salva la vita, ma la otteniamo bruciando combustibili, emettendo anidride carbonica, la principale responsabile del riscaldamento globale. Raffreschiamo “dentro”, ma riscaldiamo “fuori”, innescando un circolo vizioso nel consumo dell’energia.

In India e in Pakistan, in questi giorni, si preannuncia un’ondata di calore che metterà a rischio il benessere di un miliardo di persone. Stiamo andando incontro a un olocausto climatico? Nel 2017, a Lecce, il termometro ha raggiunto i 50 gradi. Apparentemente non è morto nessuno per questo, perché l’aria condizionata era oramai molto diffusa. Ero in città in quel periodo: fuori non si poteva stare. In passato le temperature eccezionali, i picchi, superavano i 30 gradi, poi si è passati ai 40 e ora siamo ai 50. Nella media, forse, le cose non sono cambiate granché, ma gli eventi estremi, soprattutto di caldo, si fanno sempre più frequenti ed intensi. Uno studio di Ispra sulle tendenze climatiche nel nostro paese conclude: “Praticamente tutti gli indici degli estremi di temperatura mostrano una tendenza al riscaldamento, con variazioni che in molti casi sono statisticamente significative”.

Non ho calcato molto la mano sulla situazione in India anche se, invece, dovrebbe smuoverci come se i fenomeni si verificassero a casa nostra: i casi “lontani” ci emozionano molto meno di quelli nostrani, dal caldo alle guerre. Dopo esserci commossi, dovremmo anche chiederci: e noi che ci possiamo fare? E la risposta non è: niente. Molti indiani e pakistani perderanno la vita perché noi occidentali siamo i principali produttori di gas climalteranti. Trasferendo le produzioni in quei paesi, inoltre, abbiamo delocalizzato l’inquinamento. Noi godiamo dei benefici e loro pagano i costi, spesso con la vita. Qualcuno si potrebbe chiedere: perché non mettono anche loro l’aria condizionata? E già… se non hanno il pane perché non mangiano brioches? Se gli otto miliardi di umani vivessero come noi saremmo veramente nei guai, tutti. I primi a doversi dare una regolata siamo proprio noi.

Il calore che investe il pianeta potrebbe diventare energia pulita da usare per contrastare gli effetti delle ondate di caldo? Forse le tecnologie non sono ancora mature, ma è indubbio che sta arrivando sempre più energia termica sul nostro pianeta. Possibile che non riusciamo a trarne vantaggio? Se le tecnologie non ci sono ancora, possibile che non riusciamo a svilupparle? La transizione ecologica dovrebbe servire a questo. Il calore solare, inoltre, non arriva attraverso i gasdotti di Putin. Le specie, con l’evoluzione, riescono a trarre vantaggio da situazioni di svantaggio, e noi ci reputiamo una specie molto “evoluta”. Nonostante tutti i progressi tecnologici, siamo ancora nell’età del fuoco: bruciamo “cose” per ottenere energia.

Prima di pensare a come produrre sempre più energia, comunque, dovremmo pensare seriamente a come consumarne sempre meno, e meglio. Chi vende energia, però, ha interesse a venderne sempre di più. Questi processi produttivi toccano la sicurezza nazionale e non possono essere lasciati al mercato, anche perché, nel lungo termine, hanno influenze negative anche sul mercato. Il lungo termine di 20 anni fa è ora!

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