La memoria della strage di Pizzolungo è una buona occasione per rivolgersi ancora una volta ai mafiosi, perché abbiano coraggio, ai famigliari delle vittime, perché sentano che condividiamo la stessa intransigenza ed agli “annacquatori” di professione, perché si vergognino.

Era il 2 Aprile del 1985 e la mafia dei Riina, dei Provenzano e dei Virga aveva deciso che il giudice Carlo Palermo doveva morire, saltando in aria con tutta la sua scorta. Invece venne distrutta una famiglia innocente: Barbara Rizzo, con i suoi due figli gemelli, Salvatore e Giuseppe Asta, piccoli di sei anni, erano nati lo stesso giorno della mamma. Gli uomini del disonore attivarono lo stesso l’esplosivo pur avendo visto che tra la macchina del giudice e l’autobomba si era infilata un’auto che nulla c’entrava. Il giudice Palermo e la sua scorta sopravvissero, pur riportando ferite gravi, da allora mai del tutto guarite.

Tra i condannati in via definitiva come mandante della strage c’è Vincenzo Virga, attualmente detenuto, ritenuto per anni il capo di Cosa Nostra nel trapanese. Quando venne arrestato nel febbraio del 2001, l’allora capo della Mobile di Trapani, Giuseppe Linares disse: “Abbiamo preso la mente imprenditoriale di Bernardo Provenzano. La latitanza di Virga è stata possibile grazie al sostegno di poteri forti, sia a livello sociale che politico”.

Durante il suo intervento a Napoli per il 21 marzo, don Ciotti si è rivolto di nuovo ai mafiosi perché abbiano il coraggio di cambiare vita, di rendersi conto del dolore che hanno causato e di porvi un qualche rimedio attraverso la verità. Spero che queste parole possano arrivare oggi alle orecchie di Virga, perché non sono parole folli, ma rappresentano la fiducia incrollabile nell’essere umano che può sempre decidere di diventare altro da quello che è stato per una vita intera.

Alla strage sopravvisse anche la figlia più grande di Barbara Rizzo, Margherita, che soltanto per un caso non si trovava anche lei in quella macchina. Margherita, come la maggior parte dei famigliari di vittime di mafia nel nostro Paese, non ha il conforto della verità piena su quanto è successo e la verità è una forma di giustizia più profonda della mera punizione dei colpevoli (peraltro nessuno degli esecutori materiali è stato mai condannato). Margherita da allora si impegna quotidianamente perché la memoria non venga cancellata e perché nuovi tasselli di verità si aggiungano al mosaico: dovette battersi perché sul luogo della strage non venisse autorizzata la costruzione di uno stabilimento balneare ed aspetta il 5 aprile prossimo una nuova sentenza, questa volta in Appello, su un nuovo sviluppo di inchiesta, che vede imputato Vincenzo Galatolo come ulteriore mandante. La resistenza umana e civile di Margherita merita il sostegno di tutti noi e merita di non subire ancora lo scandalo di chi per ignoranza o connivenza sminuisce la portata di queste storie e la loro drammatica attualità.

Perciò ecco a chi può servire riflettere sulla strage di Pizzolungo, ai novelli “annacquatori”, che in punta di fioretto ed in punto di diritto ci spiegano che il peggio è alle spalle, che il Legislatore si deve emancipare dalla foga giustizialista della magistratura militante, che il Paese ha bisogno di “pacificazione” e che servono equilibrio, distacco etc etc. Sono quelli che recentemente si sono ancora scagliati contro il testo uscito dalla Commissione Giustizia della Camera che riformula il così detto “ergastolo ostativo”, ritenendo la riforma ancora troppo severa, perché pur ammettendo che il detenuto mafioso possa accedere ai benefici carcerari senza aver mai collaborato con lo Stato e pur potendolo fare (cioè al di fuori della così detta “collaborazione impossibile” riconosciuta dal nostro ordinamento fin dal 2014), pretende almeno che il detenuto dimostri di non avere più relazioni con la mafia di appartenenza, che queste relazioni non siano in alcun modo ripristinabili e che a rinforzo delle auto-certificazioni, venga sentita la Procura Nazionale antimafia e la distrettuale che imbastì il processo.

Su questo punto gli “annacquatori” hanno gridato allo scandalo: ma che c’entra l’antimafia per valutare il percorso carcerario di un mafioso? Vadano costoro a fare una ricerca in rete e inseriscano le parole “Scrigno – Virga – mafia – Trapani” e avranno un saggio di cosa significhi indissolubilità del vincolo associativo, di cosa significhi continuità del potere mafioso sul territorio e di quanto non basti stare in carcere a leggere libri per diventare un mafioso meritevole di libertà.

Ma gli “annacquatori” di professione ci sono sempre stati nel nostro Paese ed hanno contribuito per decenni alla forza delle mafie. E’ proprio questo che fa affermare al prof Isaia Sales sulle pagine di Repubblica: “Consiste in ciò l’originalità della questione mafiosa in Italia: essa non è parte della storia criminale, ma è dentro fino in fondo alla storia delle classi dirigenti italiane e della loro concezione dello Stato”.

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