Il governo spagnolo e quello portoghese hanno proposto alla Commissione Ue di fissare a 30 euro al megawattora il prezzo massimo del gas per le centrali termiche. Attualmente il gas viene scambiato sul mercato di Amsterdam ad oltre 100 euro per megawattora. L’obiettivo è quello di ridurre il costo dell’elettricità nei due stati –che hanno una bassa dipendenza dal gas – così come concesso dal Consiglio europeo della scorsa settimana in cui è stata riconosciuta la cosiddetta “eccezione iberica”, per l’alta percentuale di energie rinnovabili presenti in entrambi i paesi e per le scarse interconnessioni energetiche con il resto della reta europea. Nel documento presentato alla Commissione Europea e reso noto dal giornale portoghese Publico si legge che la misura è temporanea, rimarrebbe in vigore fino al 31 dicembre 2022, e che si tratta di “un prezzo normale per i tempi precedenti alla crisi”. Durante un incontro pubblico, la ministra spagnola Teresa Ribera ha spiegato che si tratta di una proposta preliminare che dovrà essere negoziata con le istituzioni europee. Lo scorso lunedì il presidente del governo, Pedro Sánchez, spiegava che questa misura permetterebbe ai due paesi di “ridurre significativamente e rapidamente i prezzi dell’elettricità”. Eric Mamer, portavoce della Commissione, ha affermato che “valuteranno la proposta con molta attenzione” e che Bruxelles “capisce l’urgenza della situazione”.

Con lo scoppio della guerra e la conseguente crisi energetica è emerso il problema della scarsità delle interconnessioni della penisola iberica con l’Europa. Per questo la scorsa settimana Pedro Sánchez e il presidente del governo portoghese, Antonio Costa, hanno insistito affinché il Consiglio europeo riconoscesse i due paesi come “isola energetica”. In Spagna, solo il 15% dell’energia elettrica è generata dal gas che però condiziona il prezzo generale dell’energia (il prezzo viene determinato dalla fonte più costosa, ndr).

Marcos Lema, giornalista economico de El Confidencial specializzato in tematiche energetiche, ricorda che l’obiettivo dell’Unione europea è quello di ridurre di due terzi le importazioni di gas russo entro fine anno. “È difficile che l’alternativa siano solo i gasdotti, perché richiederebbero investimenti enormi nel lungo periodo. Sarebbe più semplice farlo attraverso strutture che già esistono come i rigassificatori”. Nella penisola ce ne sono 7 (sei in Spagna, uno in Portogallo), e si tratta di strutture importanti capaci di rigassificare il gas naturale liquefatto che arriva via nave da diversi paesi come Stati Uniti, Nigeria, Qatar, Trinidad e Tobago, e che può considerarsi una valida alternativa per sostituire quello russo. “La Spagna possiede un terzo della capacità rigassificatrice di tutta Europa, e potrebbe trasformarne molto di più rispetto a quello che fa attualmente, ed esportarlo ai paesi europei”, spiega.

Gli Stati Uniti hanno già annunciato che forniranno all’Europa altri 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto, che potrebbe arrivare in Spagna, essere rigassificato ed esportato al resto d’Europa. Tuttavia, non ci sono poi i gasdotti per trasportarlo. “Manca una connessione adeguata tra la penisola e il resto d’Europa. Per ora, gli unici due gasdotti esistenti, uno in Navarra e l’altro dei Paesi Baschi, possono trasportare solo 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno”, afferma Lema. Una capacità che potrebbe raddoppiarsi con la costruzione del gasdotto Midcat, che collegherebbe la Francia e la Spagna attraverso la Catalogna, ma che non è mai stato terminato per gli elevati costi di realizzazione. L’aumento del prezzo del gas è una delle cause delle difficoltà economiche che stanno attraversando entrambi i paesi. La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia, uno dei principali produttori di gas e petrolio, hanno contribuito ad alzare vertiginosamente i prezzi: in Spagna l’inflazione è salita in marzo al 9,8%, la cifra più alta dal 1985. In Portogallo, invece, ha toccato il 5,3%, il valore più elevato dal 1994.

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