L’Unione europea ha deciso, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, di ridurre la dipendenza energetica da Mosca. La maggior parte degli Stati membri importa quote significative di gas naturale e petrolio dalla Federazione russa e ha iniziato a guardarsi intorno alla ricerca di alternative praticabili. Tra queste c’è l’Azerbaigian, piccola nazione caucasica già parte dell’Unione Sovietica, che ha costruito le proprie fortune sfruttando i giacimenti di gas e petrolio scoperti nel vicino mar Caspio ed esportando queste risorse naturali all’estero. Elin Suleymanov, ambasciatore azero nel Regno Unito, ha chiarito che né la produzione di gas del proprio Paese, né l’infrastruttura esistente possono sostituire più di una piccola frazione delle esportazioni di gas russo in Europa, che nel 2020 ammontavano a circa 160 miliardi di metri cubi. L’infrastruttura a cui si riferisce è il gasdotto trans-adriatico (Tap), entrato in funzione a fine 2020, che porta in Italia le riserve di gas del giacimento di Shah Deniz: ha una capacità di dieci miliardi di metri cubi all’anno, espandibili fino a venti, ma al netto dei rifornimenti a Bulgaria e Grecia non supera gli otto. Nel 2021, riporta Start Magazine, l’Italia ha importato 7,2 miliardi di metri cubi di combustibile azero, poco meno del 10% del consumo annuale. Per quanto riguarda il petrolio, invece, l’Azerbaigian è il fornitore più importante dell’Italia e ha fornito il 22,3% delle importazioni nel 2021.

Oltre a quello di Shah Deniz il Paese caucasico ha altri giacimenti, ma per ora solamente quello di Absheron dovrebbe avviare la produzione per un totale di 1,5 miliardi di metri cubi l’anno, la maggior parte dei quali è destinata a soddisfare la crescente domanda di gas all’interno del territorio nazionale. Esistono piani per far lievitare la quota fino a 5 miliardi di metri cubi l’anno, ma per riuscirci c’è bisogno di investimenti considerevoli che, come riportato dal Al-Monitor, non possono avere luogo se il gas non è stato già “venduto”. Gli altri tre giacimenti sono ancora in fase di esplorazione e il loro sviluppo è stato assegnato alla compagnia British Petroleum. Si tratta, dunque, di una situazione in divenire. Le banche che finanziano i grandi progetti infrastrutturali sono disposte a prestare denaro solamente quando sarà chiaro che dall’operazione arriverà sufficiente gettito per ripagare i debiti.

Insieme ad altre cinque ex repubbliche sovietiche (tra cui Armenia, la Georgia e la Moldavia), l’Azerbaigian aderisce alla Eastern Partnership Initiative, un programma di avvicinamento all’Unione europea. Si tratta di un’iniziativa pluridecennale che ha prodotto, nel caso di Baku, risultati ambigui anche a causa della perdita di credibilità subita dalle istituzioni comunitarie in seguito ad eventi come la Brexit e il forte aumento del peso dei partiti nazionalisti e di estrema destra in seno al Parlamento europeo. Alcuni analisti hanno osservato come sia l’Unione europea che l’Azerbaigian abbiano mantenuto un ruolo passivo e apatico nei rapporti reciproci e come ciò possa determinare sviluppi inaspettati in futuro. L’ong statunitense Freedom House, che monitora lo stato della libertà e della democrazia in tutti i Paesi del mondo, definisce l’Azerbaigian come una nazione non libera dove il potere è concentrato nelle mani di Ilham Aliyev, capo di Stato dal 2003. La famiglia Aliyev si tramanda il governo sin dal 1993 e ai partiti politici di opposizione è precluso di poter vincere alle urne. Le ultime elezioni peraltro sono state boicottate dagli oppositori di Aliyev che hanno definito l’intero processo di voto come illegittimo. Il controllo esercitato sulle risorse dello Stato e sulle forze di sicurezza garantisce ai governanti il monopolio dell’uso della forza ed il consolidamento di una posizione di potere privilegiata. Non mancano, poi, gravi problemi e disfunzioni anche nel settore giudiziario.

L’invasione russa dell’Ucraina ha costretto l’Azerbaigian ad assumere una posizione scomoda tra Mosca e Kiev. Il presidente Aliyev si era recato nella capitale ucraina a gennaio ma è stato poi invitato a Mosca da Vladimir Putin per siglare un accordodi cooperazione” redatto dai russi. L’intesa mira a garantire l’integrità territoriale dei firmatari e, come ricordato da Carnegie Europe, “il rispetto del principio di non interferenza negli affari interni dell’altra nazione”. Tra gli aspetti più preoccupanti ci sono le clausole relative alla cooperazione economica e l’impegno “a evitare di intraprendere attività che possano causare danni agli interessi dell’altra Parte”. Si tratta di una clausola che può aumentare l’influenza di Mosca sui futuri progetti energetici dell’Azerbaigian. Baku non ha aderito all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) guidata dalla Russia e nemmeno all’Unione economica euroasiatica tra gli stati postsovietici, ma, a differenza della Georgia e dell’Ucraina, non ha trasformato Mosca in un nemico. Non è mai stato espresso alcun desiderio di aderire alla Nato e ciò ha portato allo sviluppo di una sorta di rispetto reciproco. La Russia non ha ostacolato la vittoria dell’Azerbaigian sull’Armenia nella guerra del Nagorno-Karabakh per evitare di spingerlo tra le braccia dell’Occidente. Tanto Baku quanto Mosca hanno agito sulla base di una convenienza che ha portato il primo a sacrificare le proprie relazioni con l’Occidente e la seconda a trascurare l’alleata Armenia, dipendente dalla Russia in ambito economico, energetico e della sicurezza.

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