Nei giorni scorsi ho avuto modo di incontrare l’uomo d’affari americano-palestinese Faisal Saleh, singolare e carismatica figura cui si deve la creazione del Museo palestinese di Woodbridge (Connecticut), che ha fondato il 22 aprile 2018. Faisal è in Italia per predisporre la partecipazione della Palestina all’edizione della Biennale di Venezia che comincia ad aprile di quest’anno. Il Museo palestinese che ha creato negli Stati Uniti ospita una collezione di artisti contemporanei, tutti palestinesi che vivono in varie parti del mondo, i disegni dei bambini di Gaza traumatizzati dai bombardamenti israeliani del 2009, oggetti di artigianato e di uso comune, come ad esempio il vasellame di rame utilizzato per la cottura dei cibi tipici, e altro ancora.

La presenza della Palestina alla Biennale di Venezia costituisce un evento importante. Si tratta della riaffermazione dell’identità di un popolo che in molti, non solo Israele, vorrebbero cancellare. L’altro fatto da segnalare, tanto più importante per i grami tempi che corrono – caratterizzati dalla riattualizzazione della guerra come strumento di politica internazionale e da una perniciosa corsa al riarmo – è che tale identità possa essere riaffermata senza il ricorso a strumenti bellici o comunque violenti.

Feisal Saleh, nato a Ramallah ma da tempo immigrato negli Stati Uniti, ha ben chiaro il valore dell’arte come resistenza e la funzione fondamentale svolta da istituzioni culturali come quella cui ha dato vita, in un mondo nel quale il soft power non è meno efficace di quello militare. E ciò vale anche e soprattutto per una causa come quella palestinese, ben fondata nel diritto internazionale.

La sciagurata invasione russa dell’Ucraina ha innestato in tutto l’Occidente un clima psicologico favorevole alla guerra. O quantomeno il messaggio che i media mainstream vorrebbero far passare è che la guerra in questo caso sia giusta e possibile. Ovviamente alla prova dei fatti, e per fortuna, gli Stati occidentali si sono finora astenuti dall’entrare in guerra direttamente, scelta che porterebbe inevitabilmente alla Terza guerra mondiale combattuta con ordigni nucleari e all’estinzione della specie umana. Ma al tempo stesso si dichiarano entusiasticamente a favore di un nuovo Afghanistan in Europa, per dirla con la pessima Hilary Clinton, che a quanto pare non è paga di averne già creato uno in Asia. E si moltiplicano purtroppo i segnali di guerra, mentre il negoziato fatica ad andare in porto per l’atteggiamento degli ucraini telecomandati da Washington.

L’Europa si riscopre bellicosa e marziale. Ma non rinnega, anzi potenzia, il suo razzismo di fondo che spinge doganieri polacchi o rumeni a respingere i profughi di pelle non rigorosamente bianca. Lo stesso razzismo che a suo tempo ha indotto i governanti europei e quelli occidentali in genere a rendersi protagonisti in prima persona di guerre ben più devastanti e assassine di quella attuale. Come ricorda l’intellettuale cinese Wang Wen Wen, nessuno ha pagato per le oltre duecentomila vittime civili della guerra in Iraq e per quelle delle altre guerre scatenate e condotte dall’Occidente. Dal canto suo lo storico israeliano Ilan Pappé ha ben illustrato le quattro lezioni che si possono trarre dalle vicende ucraine (i rifugiati bianchi sono benvenuti, gli altri molto meno; puoi invadere l’Iraq ma non l’Ucraina; a volte il neonazismo può essere accettabile; colpire grattacieli è un crimine di guerra solo in Europa), sottolineando a sua volta l’ipocrisia dell’Europa e dell’Occidente.

I doppi standard dell’Europa e dell’Occidente sono di palmare evidenza proprio rispetto al martirio del popolo palestinese. Il sistema israeliano, ben descritto nel rapporto di Amnesty International, è fondato sull’oppressione dei palestinesi, sia di quelli che vivono nei Territori occupati che di quelli che vivono in Israele, e attua un vero e proprio apartheid nei loro confronti. Ma questa realtà innegabile, attestata ora anche dalle testimonianze e analisi delle principali organizzazioni dei diritti umani occidentali (oltre ad Amnesty anche Human Rights Watch) viene bellamente ignorata dagli ipocriti dell’Occidente. La stessa ipocrisia e insensibilità per i diritti altrui che spinge l’Unione europea a negare la sospensione dei brevetti sui vaccini per il Covid e ad attuare le sue politiche di chiusura nei confronti dei profughi delle guerre che essa stessa ha contribuito a creare e scatenare.

Per evitare che il declino morale dell’Occidente venga a coincidere con la fine dell’umanità nel suo complesso, è oggi necessario rifuggire e criticare ogni logica bellica. Per dirla con Tolstoj, non esistono guerre buone e paci cattive. Tantomeno ne possono esistere nell’attuale era delle armi di distruzione di massa. Occorre prenderne atto e smantellare finalmente gli arsenali per riempire i granai e lasciare spazi alla creazione dell’arte, grande messaggera di pace, come ci insegna l’esperienza del Museo palestinese di Woodbridge e la sua partecipazione alla Nona Biennale di Venezia.

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