Ghostwire: Tokyo celebra il ritorno dello studio di Shinji Mikami dopo i due ottimi capitoli di Evil within, e vede il tema horror virare verso la cultura giapponese, tra yokai poco socievoli e maledizioni capaci di sconvolgere tutta Tokyo, riducendola a una tomba silenziosa. Un eroe per caso, il protagonista di Ghostwire si ritrova suo malgrado a dover salvare una città ormai deserta, vittima di una congiura di spettri.

Il sistema di combattimento di Ghostwire è un misto di meccaniche che non possono decisamente definirlo un FPS, gli elementi da RPG e i combattimenti intensi ma sempre con pochi nemici su schermo lasciano pensare a un ibrido tra un action e un survival horror, ed è proprio questa commistione di elementi che rende Ghostwire diverso dal solito, spingendo il giocatore all’utilizzo di tutte le risorse belliche a disposizione, unico modo per sopravvivere in alcune situazioni particolarmente “cattive” e negli scontri con i boss; gli scontri con i Visitatori tendono a essere precisi e letali, e ognuno ha delle caratteristiche uniche, impossibile sparare alla cieca: solo l’utilizzo dei poteri che abbiamo a disposizione in maniera oculata ci garantirà la vittoria.

Graficamente Ghostwire: Tokyo gode di un buon comparto grafico concentrandosi sulle luci dinamiche e gli effetti particellari delle magie, in questo modo il giocatore viene distratto dalla mancanza di nemici su schermo e da alcune texture di contorno un po’ povere; un trucco ben riuscito quello di Tango Gamesworks che cosi ha potuto lavorare in maniera più approfondita tra combattimenti e mostri, alleggerendo il calcolo delle texture generali, ne deriva un ambiente “povero” e abbandonato che ben si sposa con quello delineato nella storia, facendone un punto di forza. Perché in Ghostwire l’ambientazione è tutto, ed è anche il motore che porta al giocatore ad esplorare ogni anfratto in cerca di segreti e collezionabili; il comparto audio invece lascia sbalorditi, con un sapiente uso dei suoni ambientali e dell’utilizzo in combinazione con lo speaker del pad di PS5, ricreando suoni e dialoghi da oltretomba, che ancora una volta sottolineano la natura dell’avventura che affronteremo.

In definitiva Tango Gameworks e Bethesda danno vita a una nuova ip su Play Station 5, una boccata di aria fresca in un panorama che ultimamente sembra ristagnare nelle idee, una finestra interessante sul mondo dell’occulto giapponese che merita di essere esplorata.

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