Quando la Russia di Putin ha iniziato a bombardare Kiev, invadendo il suo Paese, Anna, come tanti suoi coetanei ucraini, non riusciva ancora a comprendere. “Nei primi giorni c’era già molta disinformazione. Pensare a una guerra, nel 2022, sembrava assurdo. Molte persone si erano rifugiate nei bunker costruiti durante la Seconda guerra mondiale, altri erano rimasti a casa, si sentivano più sicuri. Noi non volevamo lasciare la nostra famiglia, né l’Ucraina. Ma alla fine abbiamo capito che non c’era altra alternativa, era troppo pericoloso”, racconta.
Accanto a lei, c’è Marya, la nonna. Sono tra i 22 rifugiati che, grazie all’iniziativa di accoglienza lanciata dalla Fondazione il Fatto Quotidiano, insieme alla Fondazione Fo Rame saranno accolti e ospitati alla Libera Università di Alcatraz, tra le colline di Gubbio. Tappa conclusiva di un viaggio lungo, partito da un campo profughi al confine rumeno: “Siamo entrati in contatto con Piero Verona, titolare di un’agenzia di viaggi di Pietrasanta dotata di bus turistici, e grazie alla sua disponibilità, generosità e spirito d’iniziativa è stato possibile organizzare lo spostamento e la messa al sicuro di un gruppo di famiglie fuggite dall’Ucraina”, spiega Cinzia Monteverdi, presidente della Fondazione il Fatto Quotidiano.
È stata la famiglia Fo-Rame ad aprire poi le porte di una struttura che, causa pandemia, era rimasta chiusa per due anni. Jacopo, il figlio di Dario Fo e di Franca Rame, l’aveva sempre immaginata come il luogo ideale per progetti comunitari e di accoglienza. Un progetto che ora diventerà realtà. Perché, l’obiettivo dell’iniziativa, andrà oltre le necessità immediate, verso la costruzione di un’alternativa di vita, per chi deciderà di restare in Italia. “Non c’è soltanto l’esigenza immediata di fornire cibo e beni di prima necessità, per chi ha perso tutto. L’obiettivo a lungo termine sarà quello di permettere a queste persone di ricostruire un percorso di autonomia, quello che avevano fino a pochi giorni fa. E costruire un modello di integrazione, e di comunità, che nel tempo possa crescere”, continua Monteverdi.
“Noi siamo un’azienda agricola, quindi ci sono tante possibilità legate alle coltivazioni, alla raccolta. Ma potremo anche insegnare, con il supporto delle nostre cuoche, la cucina italiana”, immagina già Jacopo Fo, che insieme alla figlia Mattea e al marito gestiscono la Libera Università di Alcatraz. Sono soltanto alcuni dei primi progetti pensati, ci sarà tempo per conoscere anche le attitudini e le competenze di chi è appena arrivato. Tutto mentre “nel sito della nostra Fondazione, che già supporta direttamente il progetto, parte una raccolta fondi che ci aiuterà a realizzare un modello di cooperativa che possa poi camminare da sola”, precisa ancora Monteverdi.
Ad Alcatraz, intanto, c’è chi ricorda quanto vissuto: “Stavo aspettando di tornare la prossima settimana a frequentare l’Università in presenza, a Kiev. Eravamo tutti contenti di poter finalmente ricominciare, poi invece è scoppiata la guerra”, racconta Anna. Guarda già oltre, ma non perde la speranza verso il futuro del suo Paese: “Spero di poter ricominciare qui in Italia i miei studi in architettura, poi vorrei tornare in Ucraina e spero di poter contribuire alla ricostruzione del mio Paese”. “Fino all’ultimo abbiamo cercato di tirare avanti, abbiamo atteso l’ultimo treno. Mio figlio invece è voluto restare per difendere la patria”, racconta la nonna.
Tutti o quasi i profughi arrivati sono stati costretti a separarsi da familiari rimasti in patria, impegnati nella difesa contro l’invasione russa: “Dnipro, la mia città, proprio ieri è stata bombardata. Mio marito ci ha portato in salvo fino al confine rumeno, lui è rimasto a combattere”, racconta Irina, con accanto i tre figli piccoli. “Quando l’abbiamo incontrata non aveva alcuna certezza, né sapeva cosa le sarebbe potuto accadere dopo l’arrivo in Romania”, racconta Livia, mediatrice culturale che ha aiutato i rifugiati ad arrivare in Italia e viaggiato insieme a loro, fino a Gubbio.
“Ricominciare da capo in Italia? Adesso è ancora difficile da immaginare, certo ci sto pensando. Perché con questa situazione nessun progetto è possibile nel mio Paese”, continua Irina, che a Dnipro lavora come infermiera. Tiene in braccio una delle figlie, poco più di tre anni: “Non è possibile che i bambini siano costretti a subire quest’orrore, a convivere con le sirene, i bombardamenti. Putin si renda conto del dramma al quale li sta costringendo”.
“Non tutti in Russia condividono il regime di Putin, la repressione però lì è violenta. Continuo a restare in contatto con tanti colleghi russi. Credo che la nostra generazione, giovane, comprenda meglio l’evoluzione dei processi democratici nei nostri Paesi”, continua Anna, indicando una via di dialogo tra popoli, al di là del conflitto in corso. In cucina, intanto, due cuoche lavorano insieme per l’accoglienza nel casolare di “Alcatraz’, una russa, Julia, l’altra ucraina, Anna. Si abbracciano e spiegano: “Siamo due popoli fraterni, uniti. Questa guerra non ha senso, non la vogliamo”, spiega la prima. “I miei figli sono lì, in Ucraina, per me essere qui oggi mi serve per cercare di tranquillizzarmi e offrire il mio aiuto”, aggiunge Anna. Jacopo Fo accusa e attacca chi alimenta lo scontro: “Questa non è una guerra tra di loro. Basta con la propaganda, non è russi contro ucraini. Ma popolo contro potenti”.
Tra i rifugiati c’è però chi è convinto che le sanzioni non siano sufficienti, chiedendo che l’Europa e gli Stati Uniti facciano di più, per fermare il conflitto e l’invasione russa: “Servirebbe chiudere i nostri cieli, l’unica possibilità”, insiste chi rivendica quella ‘no fly zone‘ in Ucraina che l’Occidente non intende portare avanti, per il pericolo concreto che il conflitto ucraino si trasformi in guerra mondiale, con lo spettro delle armi nucleari. Anna insiste: “Putin si fermi, fermate la guerra. Aprite il vostro cervello e pensate: la guerra oggi non può essere la soluzione”.

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