di Luca Graziani*

Nella notte fra il 23 e il 24 febbraio la Russia ha invaso uno stato sovrano gettando nel caos i nostri feed, inondati di post sulla guerra, e l’intero mondo di internet. Dagli account istituzionali che pubblicano meme virali – nel pieno dell’aggressione l’Ucraina twittava vignette su Hitler e Putin – ai canali YouTube che trasmettono i filmati di live cam sparse per le città ucraine, con tanto di macabre chat dove si chiacchiera in attesa del peggio. Per la prima volta nell’era iperconnessa siamo a un passo dalla guerra totale e la crisi viaggia online, irradiandosi in ogni angolo del web con conseguenze anche paradossali.

Tra le anomalie c’è il caso Patreon, la nota piattaforma di crowdfunding. Dopo l’attacco russo, accanto alle altre forme di contributo proposte dall’Ong ucraina “Come Back Alive” spuntano donazioni calibrate su vari tipi di armi: quattro dollari per un proiettile, quarantanove per una bomba. Una violazione delle politiche del portale, che ha dovuto ribadire il divieto di finanziare “attività militari”. La fondazione, dopo aver raccolto più di 300 mila dollari per l’esercito di Zelensky, è stata costretta a traslocare su un sito alternativo (che accetta anche Bitcoin).

Intanto sul canale Reddit Cryptocurrency News & Discussion, punto di riferimento per gli amanti della blockchain con 4.6 milioni di membri, ci si divide tra chi tenta di prevedere gli andamenti del mercato in risposta al disastro e chi vorrebbe donare moneta virtuale all’Ucraina, finché ha ancora accesso a internet. Dopo l’appello lanciato dal Ministro per la Trasformazione digitale Mykhailo Fedorov, il governo di Kiev ha raccolto oltre dieci milioni di dollari in criptovalute.

E se includiamo anche le donazioni sotto forma di Nft il conto sale vertiginosamente. È il caso della bandiera ucraina, venduta come non-fungible token per sette milioni da devolvere alle forze ucraine. Per quanto riguardano il destino degli investitori russi, invece, alcune delle maggiori piattaforme di exchange come Binance e Gemini si dicono già pronte a tagliarli fuori. Perché se il Bitcoin garantisce prezioso sostegno economico alla resistenza, rappresenta anche un possibile escamotage per aggirare le sanzioni e foraggiare il regime di Putin. Oltre al fatto che dall’inizio del conflitto viene sfruttato per le truffe più improbabili.

In questi giorni terribili, fior di YouTuber hanno scelto gli asset digitali per racimolare soldi indebitamente, alcuni spacciandosi per affiliati al governo ucraino, altri fingendo di trovarsi nelle zone di guerra. Ma è su TikTok e Instagram che si consumano i raggiri peggiori: imbrogli subdoli, grossolani, troppo spesso efficaci. I video delle città bombardate e le immagini dei civili in fuga si fondono con i balletti, gli annunci, le foto di cibo. E nell’appiattimento generale, il meccanismo che assegna a qualsiasi contenuto rigide metriche di coinvolgimento presta il fianco agli avvoltoi della rete.

La piattaforma cinese vanta un pubblico numeroso quanto disattento e ingenuo, facile preda di creator che con finte dirette dall’Ucraina tra colpi di artiglieria e pianti in lontananza chiedono donazioni tramite “badge”, il sistema di mance virtuali inviabili direttamente via app. Allo stesso modo sul social di Mark Zuckerberg, pagine da milioni di followers – specializzate in meme o appartenenti a influencer – si reinventano pubblicando qualsiasi filmato della guerra circoli in rete, vero o presunto che sia. L’importante è cavalcare il trend topic, generare traffico, piazzare pubblicità e collegamenti a siti di e-commerce, magari a tema militare. Monetizzare una tragedia insomma.

*20 anni, studente Luiss

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