Dovevano incontrarsi alla prima occasione possibile. Francesco, romano pontefice, e Kirill patriarca di tutte le Russie. La diplomazia vaticana stava lavorando tenacemente per concretizzare un nuovo faccia a faccia dopo lo storico incontro all’Avana nel 2016.

Poi è implosa la situazione geopolitica. Putin ha invaso l’Ucraina e Mosca si è trovata in contrapposizione frontale con Washington, l’Unione europea e la Nato. Ora tutto sembra sospeso. C’era molta attesa domenica per l’omelia che il patriarca avrebbe tenuto per la “festa del perdono”, il 6 marzo, una celebrazione importante per la tradizione ortodossa russa. Molti si chiedevano, in Russia ma anche a livello internazionale e in Vaticano, come il patriarca avrebbe affrontato il tema della guerra ed eventuali prospettive di pace. E’ noto – ed è un dato di fatto – che il patriarcato di Mosca è sempre stato dalla parte del potere statale. Tuttavia il linguaggio ecclesiastico è da secoli anche ricco di sfumature… Perciò un’atmosfera di suspence accompagnava l’intervento di Kirill.

L’omelia è stata disastrosa. Non una parola sull’ingresso delle truppe russe in Ucraina e sul conflitto in corso intorno alle sue principali città. Il patriarca ha solo parlato del Donbass. “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass”, ha esclamato. “Chi attacca l’Ucraina oggi, dove [si verificano] otto anni di soppressione e sterminio di persone nel Donbass, otto anni di sofferenza, e il mondo intero è in silenzio – cosa significa?”, ha continuato in totale allineamento alla politica di Putin (che a sua volta ha etichettato sin dall’inizio l’invasione come “operazione militare speciale”).

In un crescendo surreale il patriarca ha tuttavia nominato la parola “guerra”. Sì, c’è una guerra, ha dichiarato, ed è la guerra lanciata da potenti forze mondiali contro i credenti ortodossi per imporre il credo omosessuale, per imporre il gay pride. Si esige una prova di fedeltà ad un complesso di forze prepotenti che propugnano il consumo eccessivo e una apparente felicità e si ammantano di parole come “libertà”.

“Coloro che rivendicano il potere mondiale”, ha enfatizzato Kirill, pretendono una prova di sottomissione, una “prova molto semplice e allo stesso tempo terrificante: si tratta di una sfilata dell’orgoglio gay”. E chi non si sottomette viene emarginato dal “club” internazionale.

Ecco il punto – pare di capire – su cui tutto il pianeta trattiene in queste ore il respiro. Da Washington a Pechino, da Bruxelles a Brasilia, a Tokyo. C’è un peccato alimentato dalle marce gay, un peccato “condannato dalla Parola di Dio”, che Dio, pur perdonando il peccatore come individuo, non può assolutamente accettare e che i veri credenti non potranno mai tollerare come standard di vita.

Kirill è stato lapidario: “Se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio…allora la civiltà umana finirà lì”. Colpa mortale delle parate dell’orgoglio gay è di dimostrare che il peccato sarebbe solamente una variante del comportamento umano. Su questo, nell’anno di grazia 2022, con lo spettro del conflitto nucleare che incombe sui popoli, non si può evidentemente transigere!

Eppure nella Chiesa ortodossa russa si manifestano anche fermenti ben diversi: 236 sacerdoti e diaconi russi hanno scritto recentemente una lettera al patriarca Kirill, denunciando la guerra “fratricida” in corso in Ucraina e chiedendo un impegno per la riconciliazione e il cessate il fuoco. Per i rapporti ecumenici e il cammino di avvicinamento tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Mosca, il testo e il tono dell’omelia patriarcale rappresentano uno shock.

Domenica papa Francesco ha detto altro. “In Ucraina – ha ricordato – scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria. Le vittime sono sempre più numerose, così come le persone in fuga… In quel Paese martoriato cresce drammaticamente di ora in ora la necessità di assistenza umanitaria”. Servono autentici corridoi umanitari per offrire salvezza ai “nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura”.

Due cardinali, Konrad Krajewski e Michael Czerny, sono stati mandati dal papa in Polonia e in Ungheria con la missione di entrare in territorio ucraino e rendersi conto direttamente della situazione, anche in vista di un incremento degli aiuti umanitari. Il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha ribadito la disponibilità della Santa Sede a sostenere nuove iniziative diplomatiche. E’ urgente, ha sottolineato il porporato, “fermare le armi, fermare i combattimenti, ma soprattutto evitare una escalation”. E va anche bloccata, in ogni direzione, la tendenza ad una “escalation verbale” che rischia di portare a rischiosissimi effetti militari. Così Parolin alla televisione dei vescovi TV2000.

L’Osservatore Romano mette in prima pagina la fotografia eloquente di una coperta stesa per terra da cui spunta il braccio di un uomo ucciso, con la mano rattrappita sporca di angue. Il titolo è secco. “Fiumi di sangue e di lacrime. FERMATEVI!”. Accanto all’immagine è collocato l’editoriale intitolato “Chiamare le cose con il loro nome”. Quella in Ucraina – è scritto – non è una operazione militare ma una guerra. Non possono valere sotterfugi verbali per mascherare la crudele realtà dei fatti.

Domenica il patriarca Kirill ha evocato una lotta “metafisica” tra chi vuole imporre la normalità del peccato omosessuale e chi resiste. Bisogna pregare, ha continuato, perché il popolo ortodosso del Donbass preservi la sua fede e non soccomba alla tentazione. “Dobbiamo pregare perché che la pace arrivi il più presto possibile, che il sangue dei nostri fratelli e sorelle smetta di essere versato, e che il Signore abbia pietà della terra del Donbass…”. Domenica Francesco ha scandito: “Imploro che cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato – e prevalga pure il buon senso. E si torni a rispettare il diritto internazionale!”. In questo scenario la divaricazione oggi appare totale.

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