Via libera del governo alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il presidente del consiglio Mario Draghi ha firmato un dpcm che consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65%. L’azienda, quotata in borsa, possiede la rete di diffusione del segnale radiotelevisivo. Ora il progetto di fusione con Ei Towers, che detiene le infrastrutture di trasmissione di Mediaset in Italia, potrà essere riavviato. Il sindacato Usigrai ha chiesto chiarimenti: “Perché il governo apre alla possibilità che la Rai perda il controllo delle proprie torri di trasmissione? Rispetto a un asset strategico per l’azienda di Servizio Pubblico il governo ha il dovere di spiegare le ragioni di questa scelta”, scrive in una nota. “Prima di mettere in mani private un patrimonio pubblico di questa portata deve dire qual è il progetto strategico per il sistema paese rispetto al tema delle torri di telecomunicazioni e trasmissione. Ad oggi sembra solo un modo per consentire all’AD della Rai di fare cassa con una nuova ondata di vendita. Dunque, ancora una volta – esattamente come nel 2014 – il governo causa il buco nelle casse della Rai, non assicurando a Viale Mazzini il 100% dei ricavi da canone, e poi chiede alla Rai di vendere i propri ripetitori per ripianare quel buco e tenere i conti in pareggio. Ci auguriamo di sbagliarci. Ma ad oggi questo è il messaggio”.

Un tentativo infatti era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto il 51%. A questo punto lo scenario appare destinato a cambiare. Ei Towers è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da MediaForEurope (Mfe), il nuovo nome di Mediaset. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate.

Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015. Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito dell’ex premier Matteo Renzi. E’ “un provvedimento grave”, approvato “senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai”, afferma Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva e segretario della Commissione di Vigilanza, che aggiunge: “La garanzia che le torri restassero un bene pubblico, posta da Renzi nel 2014, sarebbe quindi stata cancellata senza alcuna rassicurazione sulla destinazione di questo patrimonio. Una pagina pessima, verificherò se ci sono strumenti parlamentari o di altro tipo per bloccare questa decisione”.

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