Tra difficili equilibrismi diplomatici, denunce contro la Russia (poche) e ferme condanne contro Putin, così si dividono i governi dell’America Latina e dei Caraibi rispetto all’invasione dell’Ucraina.

Messico. Andrés Manuel López Obrador non ha condannato esplicitamente l’invasione russa. Ha ripetuto che il suo governo è a favore del dialogo e nei giorni passati ha ripetuto che la guerra andava evitata ad ogni costo. “Il Messico ha sempre sostenuto la pace e soluzioni pacifiche”, ha affermato.

Perù. Sulla stessa linea del Messico anche il Perù, che attraverso il Ministero degli esteri ha rifiutato l’uso della forza, (evitando di menzionare la parola Russia) ed esprimendo in un tweet “profonda preoccupazione per l’evoluzione degli eventi in Ucraina”. La dichiarazione chiedeva la cessazione delle ostilità.

Argentina. All’inizio di questo mese, il presidente argentino di sinistra Alberto Fernandez ha offerto il suo Paese come “porta di accesso” della Russia all’America Latina durante un incontro molto discusso con Putin. Di fronte a intense critiche, ieri mattina il suo governo ha rilasciato una dichiarazione in cui lamentava la situazione in Ucraina, rifiutando l’uso della forza e chiedendo alla Russia di “cessare l’azione militare in Ucraina”. Nel pomeriggio però, Fernandez ha detto “nessuna delle parti deve usare la forza militare”, attirando ancora una volta critiche per quella che alcuni hanno visto come una riluttanza a denunciare la Russia come l’aggressore.

Brasile. Il viaggio del presidente Jair Bolsonaro a Mosca la scorsa settimana, con l’intensificarsi delle tensioni sull’Ucraina, ha già creato discordia con gli Stati Uniti. La dichiarazione del Brasile di giovedì probabilmente ha fatto ben poco per migliorare lo stato delle relazioni. Nella dichiarazione, il governo brasiliano si è detto “profondamente preoccupato per le operazioni militari lanciate dalla Russia contro il territorio dell’Ucraina” e ha chiesto la cessazione delle ostilità. Ma non ha condannato le azioni di Putin.

Cile. “Il Cile condanna l’aggressione della Russia contro l’Ucraina”, ha affermato il ministero degli Esteri del Paese in una nota. Dissipando i dubbi sulla sua posizione, il presidente eletto di sinistra, Gabriel Boric (che si insedierà l’11 marzo) ha affermato che la Russia “ha scelto la guerra”. “Dal Cile condanniamo l’invasione dell’Ucraina, la violazione della sua sovranità e l’uso illegittimo della forza. La nostra solidarietà sarà con le vittime ei nostri umili sforzi per la pace”.

Colombia. Non sorprende che la Colombia, il grande alleato della Nato e degli Stati Uniti nella regione, abbia emesso una forte condanna delle azioni russe. “La Colombia rifiuta categoricamente gli attacchi contro l’Ucraina da parte della Russia”, ha detto il presidente Iván Duque su Twitter nelle prime ore di ieri mattina. “Questi eventi minacciano la sovranità dell’Ucraina e mettono a rischio la vita di migliaia di persone, in una situazione indiscutibile contraria al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite”.

Ecuador. Il 24 febbraio 2022 il presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, ha parlato dell’offensiva russa contro l’Ucraina condannando l’attacco ed esortando le parti a garantire l’incolumità delle persone. “L’Ecuador condanna la decisione della Russia di lanciare un’operazione militare e la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”, ha dichiarato Lasso attraverso il suo Twitter ufficiale.

Bolivia. Attraverso una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri boliviano non ha condannato l’invasione militare della Russia contro l’Ucraina, ma ha chiesto la pace, esortando le parti a cercare soluzioni diplomatiche nel quadro del diritto internazionale e della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Paraguay. Il presidente del Paraguay, Mario Abdo Benítez, ha condannato ieri gli attacchi contro il popolo ucraino e ha chiesto pace e stabilità nel mondo. “Il governo del Paraguay condanna gli attacchi al popolo ucraino, in violazione dei principi di sovranità e del diritto internazionale”, ha scritto il presidente sul suo account Twitter. Inoltre, ha esortato “gli aggressori a cessare le loro azioni chiedendo il dialogo per la pace e la stabilità nel mondo”.

Uruguay. Il presidente dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, ha respinto l’attacco russo, ritenendo che viola il diritto internazionale e chiedendo un negoziato per risolvere il conflitto.

Cuba, Nicaragua e Venezuela. Questi paesi notoriamente vicini alle politiche di Mosca, si sono preoccupati di difendere l’azione militare di Putin anche se con un tenore diverso a seconda dei casi. Il più veemente è stato Nicolas Maduro, che in una messaggio di ieri 24 febbraio ha dichiarato: “Cosa si aspetta il mondo? Che il presidente Putin se ne stia con le braccia incrociate e non agisca in difesa del suo popolo?”. Non sono mancate le accuse alla Nato e all’imperialismo statunitense, additati come principali responsabili di quanto sta succedendo. Daniel Ortega dal Nicaragua ha difeso il riconoscimento della repubbliche separatiste e ha condannato con forza l’applicazione di sanzioni economiche contro la Russia.

Toni diversi da Cuba, dove proprio mentre Putin lanciava il suo attacco all’Ucraina, la sera di mercoledì 23 febbraio, il presidente cubano Miguel Diaz-Canel era riunito con Viacheslav Volodin, il presidente della Duma russa (il parlamento russo). Diaz-Canel ha espresso la sua solidarietà alla Federazione Russa di fronte all’imposizione di sanzioni e all’allargamento della Nato verso i suoi confini, evitando però di fare riferimento all’incursione militare russa in Ucraina.

Caricom. La Comunità caraibica Caricom, che riunisce una ventina di nazioni, ha affermato di “condannare fermamente gli attacchi militari e l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa e chiede l’immediato e completo ritiro della presenza militare e la cessazione di ogni altra azione che potrebbe intensificare l’attuale situazione di pericolo in quel paese”. Nella dichiarazione, Caricom ha anche criticato il riconoscimento da parte della Russia delle regioni ucraine di Donetsk e Lugansk come indipendenti, definendolo una “violazione dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina”.

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