Una ricostruzione della memoria del vuoto, un modo per riempire lo “spazio bianco” che può durare settimane e a volte anche mesi. Pagine fitte, scritte spesso in orari improbabili. Di notte, all’alba, in qualsiasi momento utile per infermieri, operatori sanitari e medici nel turbinio di lavoro della Terapia intensiva del Policlinico di Milano, hub di riferimento per i pazienti Covid fino da febbraio 2020 quando il virus travolse la Lombardia, ormai due anni fa. Diari di terapia intensiva li hanno chiamati e il progetto avrebbe visto la luce anche se Sars-CoV-2 non fosse mai esistito. “Ma con l’arrivo di questo coronavirus hanno avuto una funzione in più: sono diventati un ponte tra noi e i familiari che dopo aver salutato il parente all’arrivo dell’ambulanza non hanno più avuto la possibilità di vederlo né stargli vicino. E per il paziente restano lo strumento attraverso il quale sapere cosa è accaduto attorno a sé mentre non era cosciente, per conoscere chi e come si è preso cura di lui e comprendere momenti importanti della sua degenza, dall’intubazione all’estubazione”, spiegano Martina Bruno, infermiera referente del progetto, e Alessandro Galazzi, referente per la ricerca e la formazione delle Terapie intensive dell’ospedale milanese.

I diari, tra sollievo e addii – Da quando due anni fa il Covid ha colpito e stravolto l’Italia ne sono stati scritti una cinquantina e 40 sono stati restituiti ai pazienti. Sono i diari di chi ce l’ha fatta. Gli altri sono diventati la cronaca di un addio e lo hanno “umanizzato”, come sottolinea Galazzi. “Caro A., il nuovo anno è appena iniziato ma tu non te ne sei nemmeno accorto, per te tutto si è fermato quando hai chiuso gli occhi prima di arrivare qui. Per te siamo stati solo mani che ti toccavano e voci indistinte come in un sogno. Però per noi sei stato un compagno di viaggio, anche se breve, di cui ci ricorderemo. Riposa in pace”, ha scritto un’infermiera lo scorso Capodanno alle 10.33 salutando un paziente del reparto da cui sono passate centinaia di vite negli ultimi 24 mesi. In tanti ce l’hanno fatta grazie al lavoro infaticabile delle professioniste e dei professionisti guidati da Dario Laquintana, direttore delle professioni sanitarie della Fondazione Policlinico, che ha voluto fortemente il progetto pensato da Bruno e strutturato insieme a Galazzi, il quale aveva toccato con mano un’esperienza simile in Svezia. “Nel diario può scrivere chiunque, il paziente se cosciente e tutto il personale sanitario – afferma Laquintana – L’importante, e allo stesso tempo l’aspetto più difficile, è tirare fuori qualcosa di se stessi per riscostruire la memoria del vuoto attraverso il vissuto quotidiano. Così il paziente avrà modo di ricostruire la sua esperienza”.

Come nasce il progetto – Il progetto, del resto, è nato proprio dalla richiesta di un paziente: “Un giovane ragazzo, dopo sei mesi in coma a causa di un incidente stradale, al risveglio mi chiese cosa fosse accaduto in tutto quel tempo, se la Juventus avesse vinto lo scudetto e tante altre sfumature della sua vita. Era il 2019. L’idea dei diari – racconta Bruno – nasce in quel frangente e grazie al sostegno di Galazzi e del direttore Laquintana è diventato un progetto di ricerca”. Che ora è in fase di studio con l’analisi dei dati, alla quale seguirà un follow up per comprendere l’efficacia nel ridurre l’impatto psicologico nel post-rianimazione. “Se verrà confermata l’utilità – dice Galazzi – sia per il paziente che per il personale sanitario, lo trasformeremo in una pratica clinica”. A guardare con le lenti distorte dell’empirismo, è probabile. Sono diversi infatti i pazienti che hanno scritto a distanza di tempo per ringraziare infermieri e medici perché attraverso quelle pagine hanno potuto “vivere e comprendere”, come anche i loro familiari distanti durante il ricovero, le settimane in reparto. Altri sono rimasti in contatto, colpiti dalla dedizione e dalla cura con cui dentro la trincea delle intensive sono stati accuditi nel momento più critico della lotta al virus.

La discesa, la lotta e la risalita – “Ciao G., sono l’infermiera che si prende cura di te oggi pomeriggio. Ti rivedo dopo due giorni e posso notare che i tuoi scambi respiratori e la saturazione vanno meglio, motivo per il quale si è deciso di sospendere il curaro. Ovviamente tu ti chiederai cos’è il curaro? È un farmaco che permette la paralisi muscolare e serve a far sì che il tuo corpo e soprattutto i tuoi polmoni stiano a riposo e si adattino completamente in maniera sincrona al ventilatore. Stasera lo smaltirai e piano piano inizierai a risvegliarti”, si legge sotto la data del 28 novembre nel diario di una paziente arrivata al Policlinico quarantott’ore prima. Nelle 9 pagine che ripercorrono i suoi sette giorni in reparto c’è la discesa, la lotta e la risalita. C’è l’accortezza di fermarsi per un attimo, alle 2.42 di notte, per ‘accoglierla’ in reparto con un “ci prenderemo cura di te nei prossimi giorni e speriamo tu possa migliorare”. Un’operatrice sanitaria due giorni dopo sente la necessità di mettere nero su bianco: “Oggi mentre lavoriamo mi fermo un attimo a parlare con l’infermiera che la segue, l’ho guardata e mentre noi stavamo parlando ho pensato: ‘Chissà se la signora G. ci sente, chissà se mentre siamo accanto a lei o le parliamo capisce’. Speriamo di sì, perché se così fosse le diamo un po’ di forza per andare avanti e superare questa dura prova”. Un medico specializzando c’era la notte dell’arrivo in reparto: “Ciao G., sono la specializzanda che era qui in Terapia intensiva la notte in cui sei arrivata. Ormai sono passati un po’ di giorni ed è molto bello vedere quanto tu sia migliorata, respiri da sola e sei sempre più lucida e sveglia. Tieni duro e presto uscirai da qui”.

“Tieni duro e metticela tutta” – L’infermiera che assiste la paziente in un momento cruciale, quello del ritorno alla coscienza, annota: “Ti stai svegliando pian piano, sicuramente non ricorderai ma ti abbiamo parlato in molti, cercando di rassicurarti e cercando di farti capire che sei in ospedale e che ci stiamo occupando di te. Ora sei infastidita da tutti questi presidi (in particolare dal tubo che ti sta aiutando a respirare), e sicuramente ti daranno anche molto fastidio questi strani bracciali che hai ai polsi, ma sono fondamentali per prevenire lo sposizionamento involontario proprio di tutte queste cose che hai addosso. Non appena sarai più sveglia e cosciente, ti toglieremo i bracciali e speriamo di toglierti al più presto anche questo tubo. Tieni duro e metticela tutta. A presto”. Ed è sempre lei, il giorno dopo, a cristallizzare i progressi: “Che bello vederti sveglia e lucida. Ora finalmente capisci tutto quello che ti diciamo. Sembri molto gentile e dolce, ci ringrazi per quello che facciamo e ti diciamo. Stai andando bene: la strada è ancora lunga, ma sembra che tu abbia una bella forza, e di questo passo sarai fuori dalla terapia intensiva in un men che non si dica. Il prossimo turno sarò nella rianimazione generale (non Covid), quindi non ti vedrò, ma mi terrò aggiornata sulle tue condizioni e ti seguirò ‘da remoto’: ti faccio un grosso in bocca al lupo per una guarigione veloce, ma mi raccomando, continua a mettercela tutta e non mollare”.

“Sei estubata, un grande risultato” – Qualche ora dopo, all’alba, è un altro infermiere a scriverle: “Oggi l’ho trovata molto più reattiva e cosciente, tanto che la mia collega che l’ha seguita ha deciso di tenerla senza contenzione alle braccia. Sono molto soddisfatto che lei nel giro di un giorno abbia ripreso coscienza di sé e della situazione e si sia mostrata così lucida e collaborante. Non vediamo l’ora di poter parlare a voce con lei”. Passo dopo passo, giorno dopo giorno, il diario raccoglie ogni miglioramento: “Non puoi parlare perché hai ancora in gola il tubo che te lo impedisce, però ci scrivi su un foglio quello che vuoi dirci e ti fai capire ugualmente – ricorda un medico specializzando – Sia ieri che oggi ti sei assicurata che qualcuno avesse chiamato a casa per aggiornare i tuoi cari sulla situazione, dev’essere difficile stare sdraiata su quel letto senza poterli sentire… ma non mollare, sei quasi pronta per essere estubata, e presto potrai chiamarli tu stessa e farai sentire la tua voce. Oggi ci hai chiesto di dire a tuo marito di andare a farsi vaccinare, è stato molto bello leggere queste parole scritte da te”. Il 2 dicembre tocca a una dottoressa riassumere i passi avanti: “Ritorno oggi dopo aver smontato dalla notte di ieri e ti trovo estubata. Sono sollevata e spero tu capisca che grande risultato sia. Spero veramente che sia l’inizio di un percorso duraturo di guarigione”.

Il ritorno alla vita: “Natale qui… chissenefrega” – Il giorno seguente un quarto infermiere fotografa la curva più importante: “Bene, signora G., siamo arrivati al momento di andare in un reparto a bassa intensità proprio perché sta veramente meglio e ne siamo veramente felici. Speriamo che la degenza sia breve e possa passare il Natale con i suoi familiari. In bocca al lupo”. La chiusura del diario è firmata dalla stessa paziente: “Cari amici, nemici, parenti tutti. Io sono una No vax. Ora questa parola mi ripugna. Sapete perché?”, scrive ripercorrendo come e quando ha scoperto di essersi infettata. “Ho cercato di curarmi a casa. Dopo una settimana la mia cara dottoressa mi ha obbligata a chiamare l’ambulanza che mi ha portato prima a Pavia e poi al Policlinico di Milano – continua – Che ci importa, direte voi… Importa, importa, perché oggi 3 dicembre esco dalla terapia intensiva e vado nel reparto Infettivi. Passerò le feste in ospedale? Chissenefrega… Quando sarà ora, porterò a casa la vita. Affidatevi a tutti (gli operatori, ndr) della terapia intensiva, che vi salveranno ma soprattutto vaccinatevi. Pensateci bene, la vita è un dono che non si getta”.

Twitter: @andtundo

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