Sequestrare uno scambio di messaggi su whatsapp è una cosa diversa dal sequestro della corrispondenza: dunque segue regole molto distinte. Lo ha ripetuto più volte la corte di Cassazione, con una serie di sentenze che hanno ormai creato una consolidata giurisprudenza. Eppure oggi il Senato impiegherà alcune ore del suo tempo per affrontare una questione già ampiamente chiarita dalla Suprema corte. E potrebbe prendere una decisione che nei fatti coincide con una sorta di messa in stato d’accusa davanti alla Consulta della medesima Cassazione.

Palazzo Madama, infatti, è chiamato a discutere sul caso Open, cioè l’inchiesta della procura di Firenze sulla fondazione che ha accompagnato l’ascesa di Matteo Renzi fino a Palazzo Chigi. I fatti sono noti: lo scorso 9 febbraio i pm toscani hanno chiesto di processare l’ex presidente del consiglio e altri dieci indagati (compresi i deputati Maria Elena Boschi, e Luca Lotti, l’ex presidente di Open Alberto Bianchi, l’imprenditore Marco Carrai) per alcuni reati contestati a vario titolo: si va dal finanziamento illecito ai partiti alla corruzione, dal riciclaggio al traffico d’influenze.

Il caso Open – All’interno dell’indagine sono confluiti migliaia di documenti ottenuti dalla procura tramite una serie di perquisizioni e sequestri a carico di alcuni indagati. Tra questi ultimi – è il caso di sottolinearlo – non c’è Renzi, che non ha subito alcuna perquisizione personale. In caso contrario, essendo il leader d’Italia viva un parlamentare, i pm avrebbero dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva alla Camera di competenza. Ma la procura di Firenze non aveva alcuna intenzione di perquisire Renzi. Il nome dell’ex premier, però, è saltato fuori in una serie di messaggi Whatsapp conservati nella memoria di cellulari sequestrati a terze persone. È bastato questo per scatenare l’ex premier.

La chat tra Renzi e Manes – Il 7 ottobre scorso Renzi ha scritto alla presidente del Senato, Elisabetta Casellati, chiedendo di tutelare le proprie “prerogative costituzionali” che considera violate dai pm di Firenze. L’oggetto della richiesta è lo stesso della denuncia contro i magistrati toscani inoltrata dal leader d’Italia viva alla procura di Genova, poche ore dopo aver appreso della richiesta di rinvio a giudizio ai suoi danni. Secondo l’ex segretario del Pd i pm avrebbero dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva al Senato pure per sequestrare i messaggi presenti sul telefono cellurare di altre persone (non coperte dall’immunità parlamentare) che hanno avuto scambi con lui. Il caso è finito all’ordine del giorno della Giunta per le Immunità del Senato: Renzi, audito dall’organo parlamentare, ha specificatamente citato le chat Whatsapp con l’imprenditore Vincenzo Manes nel giugno 2018, cioè l’ormai noto scambio di messaggi in cui si parla del volo Roma-Washington da 135mila euro pagato dalla fondazione Open. Secondo il capo d’Italia viva il sequestro del cellulare di Manes, che conteneva lo scambio di messaggi con lui, viola le sue guarantigie parlamentari.

La relazione pro Renzi – La tesi di Renzi è stata sposata da Fiammetta Modena, la senatrice berlusconiana divenuta relatrice del caso, che ha proposto alla Giunta “la proposizione nei confronti della competente autorità giudiziaria di un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale”. Quella proposta è passata grazie ai voti di tutto il centrodestra e a quelli d’Italia viva (contrari solo i senatori del Misto, Pietro Grasso e Gregorio De Falco) e oggi sarà sottoposta all’aula di Palazzo Madama. La tesi seguita dalla berlusconiana nella sua relazione è la seguente: “Ritenendo che il messaggio scritto su Whatsapp rientri pleno iure nel concetto di ‘corrispondenza‘, appare illegittimo il sequestro dello stesso senza una preventiva autorizzazione del Senato”.

La berlusconiana: “Chat Whatsapp? Come la corrispondenza” – Quindi Modena sostiene che i messaggi scambiati sulle chat di messaggistica istantanea sono da considerare corrispondenza, come le lettere inviate o ricevute via posta. “Negli ultimi anni il concetto di ‘corrispondenza’ ha subito un’evoluzione ‘tecnologica’, atteso che a quella tradizionale in formato cartaceo si sono aggiunte forme di corrispondenza in formato elettronico, ad esempio mail, Sms, messaggi whatsapp eccetera”, sostiene la senatrice, senza spiegare quale è la fonte di questa sua disserzione giuridica. Di sicuro c’è che tra le prerogative parlamentari invocate da Renzi c’è proprio la protezione della corrispondenza. Ecco perché secondo la relazione approvata dalla Giunta i pm non avrebbero potuto acquisire i messaggi tra Manes e Renzi senza chiedere l’autorizzazione a Palazzo Madama. Partendo da questo assunto la senatrice propone di sollevare un conflitto di poteri, trascinando la procura di Firenze davanti alla Consulta.

La sentenza della Cassazione – La tesi che dà ragione a Renzi, però, è stata già smentita dalla corte di Cassazione. Più volte negli ultimi anni la Suprema corte ha spiegato che i messaggi Whatsapp rinvenuti in un telefono cellulare non rientrano nel concetto di “corrispondenza“. L’ultima volta lo ha fatto con la sentenza numero 1822 del 17 gennaio 2020. La vicenda riguardava un piccolo spacciatore di stupefacenti, condannato sulla base di una serie di elementi: tra questi anche i messaggi sul cellulare, scambiati con potenziali acquirenti. La difesa aveva fatto ricorso, appellandosi alla violazione del diritto alla segretezza della corrispondenza.

I giudici: “Whatsapp non è corrispondenza” – La sesta sezione penale della Cassazione aveva rigettato quell’eccezione, come già aveva fatto la corte d’Appello, spiegando di aver fatto “ineccepibile applicazione della consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice secondo cui i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono in uso all’indagato (sms, messaggi whatsApp, messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p., di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace nè alle regole stabilite per la corrispondenza, nè tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche“. Partendo da questo caso, dunque, la Suprema corte aveva ribadito il principio relativo alla natura giuridica dei messaggi whatsapp e alla loro rilevanza probatoria. Gli ermellini avevano citato alcune sentenze precedenti (del 2015 e del 2017) che escludono in maniera inequivocabile come “ai messaggi WhatsApp e sms invenuti in un telefono cellulare sottoposto a sequestro non sia applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 c.p.p., in quanto tali testi non rientrano nel concetto di ‘corrispondenza‘, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito” .

“Le chat hanno natura di documenti” – Per la Cassazione, dunque, i messaggi whatsapp non sono da considerare “corrispondenza“, ma neanche “un’attività di intercettazione, la quale postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni in corso, là dove i dati presenti sulla memoria del telefono acquisiti ex post costituiscono mera documentazione di detti flussi”. Per sgomberare il campo da qualsiasi dubbio, quindi, i giudici avevano usato un tono particolarmente netto: “Si deve pertanto affermare il principio di diritto secondo il quale i messaggi whatsapp così come gli sms conservati nella memoria di un apparecchio cellulare hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p., di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace alle regole stabilite per la corrispondenza, nè tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche, con l’ulteriore conseguenza che detti testi devono ritenersi legittimamente acquisiti ed utilizzabili ai fini della decisione ove ottenuti mediante riproduzione fotografica a cura degli inquirenti”.

La relazione pro Renzi fatta a pezzi – Quindi i messaggi scambiati su whatsapp non devono essere considerati né corrispondenza e neanche intercettazione: sono dei semplici documenti. Seguendo il ragionamento della Suprema corte, dunque, acquisire dal telefono di una persona le chat con un parlamentare non viola in alcun modo le prerogative riservate agli eletti, che appunto si limitano alle intercettazioni e alla corrispondenza. Per dirla con una frase semplice: il principio tracciato più volte dalla Cassazione smentisce completamente la relazione pro Renzi della Giunta del Senato.

Il Senato contro la Cassazione – Una relazione che oggi alle 18 dovrà essere votata da tutta l’aula di Palazzo Madama. La proposta è trascinare la procura di Firenze davanti alla Consulta. Nei fatti, però, a finire davanti alla corte costituzionale sarebbero una serie di sentenze della Suprema corte di Cassazione. E su questo che oggi deve esprimersi l’aula di Palazzo Madama. Decisivi saranno i voti del centrosinistra. Il 14 dicembre scorso, infatti, quando la Giunta aveva approvato la relazione pro Renzi, gli esponenti di Pd e Movimento 5 stelle si erano astenuti, sostenendo di non avere abbastanza materiale a disposizione per prendere una decisione. Si spera che nel frattempo abbiano potuto acquisire le informazioni necessarie e votare di conseguenza.

I pm non hanno violato la legge – Su questa vicenda poi va fatta un’altra riflessione. Più volte Matteo Renzi ha accusato i pm di Firenze di violare la legge, riferendosi appunto alle sue guarantigie da parlamentare. In realtà, come abbiamo visto, i magistrati toscani si sono limitati a rispettare una consolidata giurisprudenza che considera le chat Whatsapp cosa diversa dalla corrispondenza. Se anche il Senato decidesse di trascinare i pm davanti alla corte Costituzionale e in seguito pure la Consulta dovesse dare ragione a Renzi, non si potrebbe comunque dire che i pm hanno violato la legge: hanno solo seguito le pronunce della Cassazione. Resta da vedere se ora il voto del Senato ignorerà quelle sentenze.

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