Dal voto sulla conversione del decreto Milleproroghe alcuni pezzi di maggioranza hanno avuto qualche brutta sorpresa. La British american tobacco, invece, un atteso regalo. Nel testo approvato in Commissione, infatti, è comparso in extremis un pacchetto di norme a cui la multinazionale del tabacco tiene moltissimo (e che non c’era nella versione varata dal Consiglio dei ministri a fine 2021). Parliamo dell’articolo 3-novies, composto di 16 commi, di cui 15 però non contengono la proroga di termini né scadenze – nonostante l’oggetto della legge – ma regolano l’arrivo sul mercato italiano di un nuovo prodotto per fumatori: le nicotine pouches, bustine di nicotina, involucri da inserire tra labbro e gengiva per sostituire le sigarette e aiutare a smettere di fumare. È sulle pouches che Bat vuol concentrare la produzione dello stabilimento che intende aprire nei prossimi mesi nella zona franca del porto di Trieste, con un investimento da 500 milioni di euro. Così da mesi tenta di ottenere il via libera alla messa in commercio del prodotto, un obiettivo ora a portata di mano grazie al corposo emendamento fatto inserire dal governo nel Milleproroghe. A spendersi anima e corpo per garantirne l’approvazione, riportano più fonti dirette, è stato Ettore Rosato, coordinatore nazionale di Italia viva, uno degli uomini più vicini a Matteo Renzi. E proprio la fondazione Open – al centro delle indagini della Procura di Firenze – e il “Giglio magico” riconducibile all’ex premier hanno ricevuto negli scorsi anni finanziamenti, incarichi e alle consulenze dalla multinazionale.

Partiamo dall’inizio. Tra gli emendamenti depositati nelle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera ne comparivano due identici, a prima firma rispettivamente di Massimo Bitonci (Lega) e Umberto Buratti (Pd), che puntavano a rimandare al 2023 l’aumento delle imposte di consumo sulle sigarette elettroniche, in vigore dal primo gennaio scorso. All’ultimo momento il governo impone la riformulazione delle due proposte, inserendovi, accanto al contenuto originario, un corpus di norme sul “regime di circolazione e vendita” dei “prodotti (…) contenenti nicotina e preparati allo scopo di consentire, senza combustione e senza inalazione, l’assorbimento di tale sostanza da parte dell’organismo”. Cioè proprio le bustine su cui vuol investire Bat a Trieste. La modifica è approvata a larga maggioranza nella convulsa seduta notturna tra il 17 e il 18 febbraio, in cui però – racconta chi c’era – quasi nessuno capisce davvero cosa si stia votando. Tra i pochi a opporsi sono i tre deputati di Alternativa, gli ex M5s Andrea Colletti, Raphael Raduzzi e Raffaele Trano. Quest’ultimo annuncia che in Aula denuncerà “l’ennesimo regalo fatto dal governo a una multinazionale”. Anche Forza Italia ha votato contro “per motivi di metodo”: “È impensabile inviare un emendamento così complesso, che regolamenta di fatto un intero settore, poco prima di metterlo in votazione e senza discuterne in maggioranza”, denuncia il vicecapogruppo a Montecitorio Raffaele Nevi.

Ma a interessarsi più di tutti al voto è un deputato che non vi ha nemmeno preso parte, non facendo parte né della Commissione Affari Costituzionali né della Bilancio: Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e presidente di Italia Viva, che secondo Il Piccolo è “uscito sfinito all’alba da Montecitorio, dove ha presidiato tutta la notte la Commissione Bilancio per assicurarsi che l’emendamento fosse davvero inserito” nel decreto in conversione. Una scena che il deputato di Alternativa Trano conferma al fattoquotidiano.it: “È stato di piantone tutta la notte e ha esultato davanti a tutti dopo l’approvazione”, racconta. Rosato, triestino, giustifica lo sforzo con un impegno per il territorio: “Quello di Bat è il più grande investimento da almeno un decennio. Stabilizzare l’attività della società era un passaggio importante: l’imprenditore è arrivato in città fiducioso che le istituzioni facessero la loro parte e così è stato”, dice al Piccolo. Nell’indagine su Open, però, sono proprio i rapporti tra la multinazionale e la cassaforte renziana che fondano l’imputazione di corruzione per l’ex ministro Luca Lotti, l’avvocato Alberto Bianchi (presidente di Open), il vicepresidente di Bat Giovanni Carucci e il capo delle relazioni esterne Gianluca Ansalone. Tra il 2014 e il 2017 il colosso londinese ha finanziato Open con 253mila euro, ha affidato due consulenze allo studio legale di Bianchi e ha nominato il tesoriere di Renzi, Lorenzo Anichini, nel proprio collegio sindacale.

In cambio, secondo i pm, Lotti – che sotto i governi Renzi e Gentiloni era a capo del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica – si è “ripetutamente adoperato“, nello stesso periodo di tempo, “in relazione a disposizioni normative di interesse per la British American Tobacco Italia spa (delega fiscale 2014 in materia di accise sui tabacchi lavorati, procedura comunitaria 2015 relativa al c.d. “pacchetto generico”, emendamenti a legge di bilancio 2016, emendamento onere fiscale minimo legge bilancio 2017)”. Dagli atti risulta che proprio per affossare l’onere fiscale minimo, che impegnava il governo ad aumentare le accise sul tabacco riducendo i profitti dei big del settore, a novembre del 2017 Lotti interessò tra gli altri anche Rosato (ai tempi capogruppo del Pd) e una volta raggiunto l’obiettivo lo comunicò direttamente ai manager di Bat: “L’emendamento è morto”. Contattato via telefono dal fattoquotidiano.it, Rosato non ha voluto rispondere alle nostre domande. Su Whatsapp gli abbiamo chiesto in che qualità si sia interessato all’emendamento al Milleproroghe e se non ravvisi un conflitto d’interesse con i finanziamenti che British American Tobacco ha elargito a Open. Il dirigente di Italia Viva ha risposto con un messaggio stringato: “500 milioni di investimento in Italia, oltre 2500 posti di lavoro a Trieste. Mi batto per il mio Paese e per la mia città”. Gli ricordiamo che non aveva alcun titolo di fare pressing sull’approvazione della proposta, non essendo membro di nessuna delle due commissioni competenti. “Mi multeranno per eccesso di lavoro“, risponde.

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