Miglior momento: Massimo Ranieri. C’è uno scollamento consueto ogni anno al Festival di Sanremo, soprattutto in tempi di televoto. Riguarda la bellezza musical-letteraria, l’acume di scrittura, il contenuto convincente da una parte, e la forma accattivante che soddisfi le aspettative orecchiabili dall’altra. Si sa, non dico niente di nuovo. Però non è scontato intendere la bellezza a Sanremo come capacità di mettere insieme le due cose: la capacità compositiva e le aspettative iconiche. Le due migliori canzoni sotto questo punto di vista quest’anno erano quella di Elisa e, appunto, quella di Ranieri. Di Elisa ho già parlato. Massimo Ranieri, con la canzone “Lettera di là dal mare” del bravissimo Fabio Ilacqua, ha fatto un gran Festival. Forse emozionato all’esordio (lui, emozionato!), è andato sempre meglio. Il brano è sontuoso e importante, classico e senza tempo, ma estremamente moderno nella tematica. Premio della critica più che meritato.

Peggior momento: Achille Lauro. Fino a un paio di anni fa non aveva sbagliato un colpo, poi il vuoto pneumatico, sancito da questo Sanremo. Il suo pop concettuale spiccava sul resto, e la sua apparente consapevolezza faceva ben sperare. Ma la divisione da Boss Doms non lo ha aiutato e la maggiore esposizione ha fatto sì che dovesse cominciare a parlare in pubblico. È lì che l’immaginario si è sgonfiato, calibrandosi sul tirare a campare. Se non sei Vasco, rappresentare l’unicità, oltre le convenzioni e al di là del moralismo, funziona se sai accompagnare le tue posizioni, i tuoi set e i tuoi codici artistici con la dialettica, con la cultura che ti permette di suggellare contenuti con poche ma preziose parole, quando ti capita il microfono giusto in tv. Ma tra una Drusilla Foer e Achille Lauro è proprio la cultura che fa la differenza. Tutto questo si è confermato in questo Sanremo. L’unico messaggio, debolissimo, era la celebrazione autoreferenziale – voluta – della propria icona, intrecciata con l’aspetto religioso e con l’autobattesimo della prima sera, con tanto di citazioni musicali da se stesso: “Domenica” identica a “Rolls Royce”. Ma tutto è durato lo spazio di un mattino. Debole, debolissimo messaggio. Disintegrato proprio sulle colonne de l’Osservatore romano (!); sgonfiato dai numeri di un Sangiovanni – contrappasso evangelico, verrebbe da dire -; stritolato dalla bravura di un Mahmood. Ieri sera si è definitivamente consumato il tutto. È andata come doveva andare, caro Lauro. Non ci pensare più. Buon trash.

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