È possibile misurare la letteratura? Si può valutare la grandezza di un autore calcolando a livello matematico il numero di ricorrenze nelle sue pagine? Si può comprendere Tolstoj tramite un diagramma?

Prima che i puristi gridino all’orrore, forse è il caso di approfondire, con l’ausilio di una guida affidabile, le possibilità di questa nuova prassi d’indagine critica.

In Falso movimento, pubblicato dalla casa editrice Nottetempo, Franco Moretti affronta una tendenza sempre più influente nella critica letteraria: lo studio “quantitativo” collegato alle cosiddette digital humanities. La sfida non è banale: unire l’immaginazione scientifica alla studio letterario.

Moretti prende il titolo del suo saggio (in realtà una collezione di saggi e conferenze uniti dal filo rosso di una riflessione in fieri) da un noto film di Wim Wenders, a sua volta ispirato al romanzo di Goethe, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister. Il “falso movimento” è quello che guida il protagonista, attraverso impreviste e rocambolesche peripezie, al compimento del suo viaggio pur avendo completamente stravolto i suoi piani. Importante, al termine del cammino, è il percorso, non la meta.

In questo senso il libro è un compendio ma anche una riflessione sull’evoluzione dello “studio quantitativo” nella critica letteraria; una scommessa divenuta realtà, un’ipotesi divenuta prassi. Si tratta di un testo molto tecnico, denso di informazioni, grafici, diagrammi, ma tutt’altro che arido: guidato da riferimenti quali Walter Benjamin e Viktor Šklovskij quanto da Thomas Kuhn e Georges Canguilhem, Moretti ci mostra, dati alla mano, i segreti dello stile di Hemingway, la potenza dell’”anomalia” nelle pagine di Carlo Ginzburg, i mutamenti nella storia testi teatrali da Sofocle a Ibsen, passando per Shakespeare. Un saggio rigoroso quanto appassionato, pieno di spunti rivelatori su un campo di indagine degno di approfondimento.

Per chi, invece, vuole tuffarsi nel mistero della creatività tout court, segnalo due romanzi di grande valore, usciti recentemente, sui quali mi riprometto di tornare più diffusamente in altre sedi: Libro del Sangue di Matteo Trevisani (Atlantide) e La verità su tutto di Vanni Santoni (Mondadori). Due libri molto diversi, per alcuni aspetti antitetici, ma che hanno in comune due punti di forza: un indiscutibile pregio letterario (declinato in direzioni opposte), una profonda ricerca spirituale.

Libro del sangue conclude idealmente la prima trilogia dei romanzi di Trevisani (dei primi due, Libro dei fulmini e Libro del Sole ho già parlato su queste colonne) e lo fa degnamente: oltre a confermare la piena maturità del possesso stilistico dell’autore, segna un significativo passo in avanti dal punto di vista dell’”abbattimento della quarta parete”, espressione che è solitamente più comune utilizzare per uno spettacolo teatrale o per un film, non per un romanzo.

Ma è riduttivo definire Libro del sangue un romanzo. Se nelle precedenti opere l’elemento autobiografico poteva essere intuito nella proiezione romanzesca delle esperienze dei personaggi, in questo caso l’autore è direttamente protagonista, in un’avventurosa quanto commovente ricerca delle proprie radici genealogiche. Un libro di cui si dovrà parlare ancora molto, per la capacità di conciliare una narrazione avvincente con una riflessione vertiginosa sul concetto stesso di identità.

In un certo senso, fin dal titolo La verità su tutto, il libro di Vanni Santoni, sembra muoversi nello stesso ambito di indagine filosofica, ma con movimento contrario: invece di riscoprire le proprie radici interiori, la protagonista le recide per crearsi una nuova identità. Da un fortuito incontro traumatico con le conseguenze delle proprie azioni passate, Cleopatra Mancini inizia un percorso di introspezione spirituale, dagli sviluppi imprevedibili, che la condurrà, paradossalmente, a un illuminante disincanto. Nel racconto di questa furiosa ricerca, Santoni opera una trasfigurazione dotta quanto beffarda dello smarrimento della cosiddetta generazione X: dalla ferita mai cicatrizzata di Genova 2001 al tentativo di disperata redenzione dionisiaca della stagione dei rave, fino alla diluizione spesso truffaldina della sublime sapienza orientale nei rivoli settari della New Age.

Due romanzi importanti che mostrano, checché se ne dica, la capacità della letteratura italiana contemporanea di affrontare a viso aperto i grandi interrogativi della condizione umana.

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