Nel Movimento 5 stelle la resa dei conti è iniziata neanche un’ora dopo la rielezione di Sergio Mattarella. Sono da poco passate le 21.30, il capo dello Stato ha appena parlato alla nazione evocando il già più volte citato “senso di responsabilità”, e Luigi Di Maio convoca i giornalisti fuori da Montecitorio per rilasciare una dichiarazione. Si fa accompagnare da alcuni parlamentari e dalla viceministra Laura Castelli: vuole rimarcare che non è solo, parla a nome di un gruppo di cui è naturalmente il principale esponente. “Alcune leadership hanno fallito”, dice, “hanno alimentato tensioni e divisioni: dobbiamo lavorare per unire, per allargare. La politica in questi giorni è rimasta vittima di se stessa: per fortuna questo stallo l’ha risolto il Parlamento grazie anche al contributo del presidente del consiglio Mario Draghi“. Frasi che per il ruolo che ricopre, il ministro degli Esteri ma soprattutto ex capo politico del Movimento, sono destinate a creare una voragine. E, per essere ancora più preciso, aggiunge: “Io non commento quello che sta accadendo nelle altre forze politiche, credo soltanto che anche nel M5s serva aprire una riflessione politica interna“. Quindi conclude: “Voglio ringraziare il presidente Mattarella per il suo senso delle istituzioni, per il suo sacrificio”. E’ un attacco pubblico e molto pesante che, per forza e per necessità, è destinato ad aprire una vera e propria guerra interna: Di Maio sfida la leadership di Giuseppe Conte e lo fa per la prima volta apertamente. Dentro il M5s non sorprende: sono giorni che vanno avanti le schermaglie, ma la rottura immediata dimostra la gravità della situazione.

Il presidente M5s per il momento tace. Oggi, rispondendo in conferenza stampa a una domanda di Luca De Carolis del Fatto quotidiano, aveva dichiarato: “Arriverà il momento per chiarimenti interni, siamo una comunità che discute e in cui ogni esponente politico deve rispondere non al leader di turno ma alla comunità degli iscritti”. Un tentativo di prendere tempo, ma anche un modo per richiamare all’ordine quello che ormai è un vero e proprio avversario. I primi segnali di cedimento definitivo del rapporto tra i due sono arrivati ieri sera, nel bel mezzo delle trattative cruciali che hanno portato a bruciare la candidatura di Elisabetta Belloni. Sotto accusa c’è la decisione di Conte di presentarsi davanti ai microfoni, subito dopo l’annuncio di Matteo Salvini (“si sta lavorando alla candidatura di una donna in gamba”) per cercare di intestarsi l’operazione. Ma non solo. Qualcuno ha avvisato Beppe Grillo che ha subito twittato con l’hashtag #ElisabettaBelloni. Da lì in poi è venuto giù tutto. Mentre Matteo Renzi, Pd e Leu affondavano la candidata ideale per i 5 stelle, Luigi Di Maio diffondeva una nota feroce di indignazione per “aver buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo e senza un accordo condiviso”. Era l’inizio della guerra totale. Oggi Conte, sempre nel corso della conferenza stampa, si è difeso: “Non ho mai fatto trattative sottobanco” né “il gioco delle tre carte”, ha detto rispondendo a chi lo accusa di aver tramato con Salvini alle spalle degli alleati della coalizione “progressista”. Ma anche questo sarà un tema da affrontare: non ci sono solo le critiche interne del M5s, ma anche i sospetti e la scarsa fiducia che ora arriva dal fronte Pd. Proprio Conte, sempre in conferenza stampa, ha rivendicato la fiducia di Letta: “Ero stato delegato dal Pd a trattare con Salvini. Poi io ho chiesto al segretario Letta di affiancarmi in quegli incontri”. Quindi ha anche provato ad intestarsi l’elezione di Mattarella che ” è stato fatto crescere nella nostra comunità giorno per giorno”.

Proprio l’operazione Mattarella bis è uno dei segnali che dentro il Movimento qualcosa andava male già da un pezzo. A spingere la proposta sono stati infatti un gruppo di senatori M5s che, da inizio gennaio scorso, ha iniziato a farsi portavoce dell’idea. Sempre poco o male ascoltati o al massimo liquidati in nome della compattezza del gruppo. Intanto loro crescevano, tessevano legami anche al di fuori del partito. E proprio Luigi Di Maio, mentre vedeva da una parte aumentare i voti per Mattarella in Parlamento e dall’altra il caos totale delle trattative, ha deciso di iniziare ad appoggiare l’operazione. E anche oggi lo ha rivendicato davanti ai giornalisti, parlando di una elezione “arrivata dal basso”. Non la vedono così però i più vicini a Giuseppe Conte, che dall’altra parte accusano l’ex capo politico di aver giocato fin dall’inizio una sua partita personale: lo accusano di aver lavorato prima per la rielezione di Mario Draghi a qualsiasi costo e poi per affossare la candidatura di Elisabetta Belloni. Insomma che i due si mal tollerassero era noto già da tempo, ma la competizione e l’astio sono cresciuti col passare dei mesi. Fino a esplodere in queste settimane, nel momento della prova più complicata per la leadership di Conte. Ora le accuse sono pubbliche, pesantissime e quel Movimento appena rifondato non potrà non farci i conti.

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