Proteggere la natura per adattarci al cambiamento climatico. Con quasi 6 milioni di ettari tutelati a terra e mare, migliaia di progetti di ricerca attivati e decine di specie a rischio salvate – come il camoscio appenninico – i Parchi naturali e le aree marine protette sono un presidio per il paesaggio e la biodiversità in Italia. Il loro verde assorbe 145 milioni di tonnellate di CO2, vale a dire quasi un terzo di quelle emesse del Paese. Dal 1991 la spinta della legge quadro sulle aree protette – la 394/91 – è stata notevole: si è infatti passati dal 3% del territorio tutelato all’11%, con 24 parchi nazionali e 30 aree marine protette, a cui si aggiungono le aree di Rete Natura 2000. L’obiettivo – imposto dall’Europa – del 30% entro il 2030 però è ancora lontano e rimangono parecchie criticità nella creazione di nuove riserve e nella gestione di quelle esistenti. La norma – secondo gli stessi operatori – dovrebbe quindi essere aggiornata e adeguata per fare fronte ai cambiamenti degli ultimi tre decenni e per sfruttare al meglio le risorse messe in campo dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. I parchi infatti nel prossimo futuro “permetteranno ai territori di reagire ai fenomeni estremi, come bombe d’acqua o desertificazioni e alle fragilità ambientali” causate o peggiorate dal surriscaldamento globale, afferma Gaetano Benedetto, presidente del Centro studi WWF Italia.

L’idea di tutelare la bellezza della natura risale in realtà agli Anni Venti, con un primo disegno di legge e l’istituzione delle prime aree a tutela ambientale. Nel 1982 il Paese ha riconosciuto la necessità di proteggere le aree marine di maggiore valenza ambientale con una specifica norma, nota come la “Legge per la difesa del mare”. Poi nel 1991 è arrivata la “Legge Quadro sulle aree protette”, dopo settant’anni di trattative tra lo Stato, i territori e chi li abitava. Oggi, a distanza di tre decadi “abbiamo un paese più bello e più ricco – spiega Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree Protette e Biodiversità Legambiente – Aree degradate come le Cinque terre hanno avuto una nuova spinta economico-turistica, grazie all’istituzione del Parco. La popolazione si è riappropriata dei luoghi che stava abbandonando. È cresciuto il turismo naturale che prima non esisteva”. Anche grazie a progetti europei come Rete Natura 2000, numerosi territori – come Cilento, il Gargano o alcune zone degli Appennini – sono stati poi tutelati dall’urbanizzazione incontrollata e molte specie – sia tra gli uccelli che tra i mammiferi – sono state preservate, grazie anche ai divieti di caccia. Nelle aree tutelate sono nate inoltre più di 700mila nuove imprese – secondo i dati di Legambiente – circa 750mila ettari sono dedicati ad attività agricole: “Si sta lavorando bene con i marchi territoriali – spiega Susanna D’Antoni, tecnicologa dell’Ispra – Attivando un’economia sostenibile e basata su valori naturali e sul patrimonio storico e archeologico”.

Negli anni però non sono mancate anche le difficoltà: spesso le riserve hanno infatti scontato pianificazioni poco lungimiranti e gli scontri nella politica e nelle istituzioni locali, soprattutto per la scelta di presidenti e governance. “Il mondo dei parchi è maschile e molto anziano”, afferma Nicoletti. Spesso l’organizzazione, tra enti nazionali e regionali è caotica e molti progetti, pur essendo in attesa da anni, non riescono a decollare. Tre esempi su tutti sono il Parco di Portofino, quello del Matese – presenti anche nella Legge di bilancio del 2017 – e il Gennargentu. Anche in mare “delle oltre 50 aree marine protette previste, 31 sono già state istituite, ma diverse altre sono ancora in corso di realizzazione” afferma Leonardo Tunesi, responsabile dell’Area Tutela biodiversità, habitat e specie marine protette dell’Ispra. Tra queste, paradisi come l’isola di Capri, la costa di Maratea, l’isola San Pietro, le isole Cheradi, in prossimità di Taranto. Le aree marine protette, rispetto ai parchi nazionali, hanno una natura giuridica diversa: la loro gestione è affidata dal ministero della Transizione ecologica a realtà locali, consorzi o associazioni ambientaliste. Perciò non gode delle risorse economiche riservate ai parchi nazionali.

In questo panorama “le prospettive per il 2030 non sono rosee – afferma il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri – La somma delle aree protette e di quelle di Rete Natura 2000 arriva al 21% a terra e al 16% in mare, dove dovremmo raddoppiare la copertura”. Il Pnrr in questo senso offre un supporto modesto: sono stati infatti stanziati solo 100 milioni di euro per la digitalizzazione unicamente per i Parchi Naturali. “Per una cosa ordinaria come il Decreto clima per contenere le emissioni ne abbiamo ricevuti per tre anni ogni anno 80 milioni”. I finanziamenti alle infrastrutture previsti dal Piano inoltre rischiano di contrapporsi agli interessi di tutela della natura: “Il problema non sono i fondi riservati ai Parchi – afferma Nicoletti di Legambiente – ma come si eviteranno i disastri” delle nuove costruzioni. C’è però una nota positiva: grazie ai fondi destinati al progetto Mer (Marine Ecosystem restoration) l’Italia potrà dotarsi di nuovi sistemi – due navi oceanografiche e boe di monitoraggio ambientale – per “realizzare una cartografia aggiornata delle praterie di posidonia – ecosistemi vegetali sui fondali – lungo le coste di tutta la penisola e mappare la sommità di tutti i monti sottomarini delle acque italiane, che sono hotspot di biodiversità importantissimi nel Mediterraneo – afferma Tunesi di Ispra – Questo permetterà di recuperare habitat marini attualmente sotto stress o danneggiati e di evitare ulteriori danni” con divieti e leggi apposite.

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