di Andrea Masala

È inutile cercarci di più. È inutile cercarci un alto senso politico-statuale o un minimo di rappresentanza. Quello che vediamo intorno alla questione Quirinale è un duello tra corporazione industriale-mediatica (in Italia i giornali sono proprietà dei grandi gruppi finanziario-industriali) e corporazione dei politici di professione (quella che i suddetti giornali e poi i grillini hanno chiamato, volgarmente e ipocritamente, casta, poi i grillini hanno smesso essendo entrati nella corporazione).

La prima corporazione cerca la stessa cosa da 30 anni: levare la politica dalle grandi decisioni sostituendola con dei tecnici vicini o interni al loro mondo. Questo obiettivo lo hanno comunque sia il livello della politica: sia essa espressione democratica e partecipativa di istanze popolari fortemente rappresentate, sia essa ciò che è diventata in questi 30 anni: una corporazione tra le tante corporazioni italiane, cioè un gruppo autoreferenziale/autoriferito vocato e mobilitato più alla difesa delle proprie prerogative che non al bene comune.

Questa seconda corporazione invece, avendo in questi mesi fatto la tara a Draghi scoprendone le debolezze e le sopravvalutazioni mediatiche, cerca di recuperare quote di potere, di sottogoverno, di spesa clientelare, di sopravvivenza insomma. E nel mentre fa i conti interni tra le sue varie fazioni, come se nella Firenze medievale la corporazione dei Lanai mentre lotta contro quella dei Fabbri, lottasse anche internamente per il prevalere dei guelfi o dei ghibellini.

Lo scontro è questo e i fronti sono articolati ma non troppo: Draghi e la prima corporazione non scelgono tra destra e sinistra, vogliono indebolire tutta la politica, anche se, come abbiamo visto nella finanziaria, sono più propensi ai temi economici e agli interessi sociali della destra (che per iperrealismo la sinistra fa subito suoi senza opporre nulla); la corporazione della politica lotta internamente tra destra e sinistra ma punta unita a indebolire Draghi, anche se sembra non aver ancora capito se gli conviene più metterlo al Quirinale, lasciarlo dov’è o addirittura farlo fuori da tutto.

In questo scenario il ruolo del Pd è amletico (e questo spiega il mutismo al centro di tante forse ingiuste ironie): da una parte il segretario (come sempre in parte scelto o suggerito anche dalla prima corporazione) deve sostenere Draghi e così anche molta parte del suo partito che ha assunto la missione di partito-sistema, un insieme di correnti litigiose unite dalla funzione di stabilizzazione costante, per mezzo di governi tecnici, del quadro politico italiano sempre instabile; dall’altro avendo le esigenze proprie degli altri gruppi politici, mira a indebolire Draghi per recuperare quote di potere di governo e sottogoverno. Questa esigenza doppia del Pd spiega la maggiore vitalità e il tasso di movimentismo della destra rispetto alla sinistra.

I poteri economici e politici europei e internazionali in questo quadro potrebbero avere interesse a mantenere al vertice uno del loro club, ma potrebbero anche auspicare un ritorno della politica debole da attaccare con attacchi speculativi o ricattare sul debito.

Non so cosa augurarmi in questo scenario, se non che, come a volte succede, nel caos emerga, per eterogenesi dei fini o per più prosaico culo, una figura lontana da questi giochi, con una cultura costituzionale e di pace. Non uno atlantista ed europeista, ma un europeo cosmopolita di pace.

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