Passa il tempo, il primo voto per il Colle si avvicina e i partiti senza candidati scivolano verso Mario Draghi. Il disegno del presidente del Consiglio di traslocare al Quirinale, di fronte allo stallo dei vari schieramenti, sembra sempre più possibile. Oggi l’ex presidente della Bce ha incassato l’esplicito sostegno del Financial Times: il giornale della finanza internazionale ha sancito che Draghi deve andare al Colle per “garantire le riforme”, con una vera e propria inversione a U rispetto a pochi mesi fa quando invece invocava la sua permanenza all’esecutivo. Una linea e toni simili a quelli usati poco prima anche dal New York Times. E poche volte gli endorsement di media e finanza internazionale hanno fatto più rumore, perché arrivati in uno scenario italiano bloccato che sembra incapace di trovare alternative. Intanto il premier, da Palazzo Chigi, anche oggi ha continuato le sue consultazioni e ha ricevuto il presidente di Stellantis John Elkann: è solo l’ultimo di una lunga serie di incontri quotidiani con esponenti politici e istituzionali (ha già visto Mattarella, Cartabia, Fico, Di Maio), per dare garanzie, mantenere contatti e studiare la sua via d’uscita. Insomma le intenzioni di Draghi ormai sono chiare e a lavorare per la sua riuscita sono ormai in tanti. In questo quadro il percorso dei partiti è sempre più in salita e la fotografia dell’ennesima giornata di avvicinamento al voto per il Quirinale immortala uno stallo generale: da una parte il centrodestra è impantanato con Silvio Berlusconi che si rifiuta di sciogliere la riserva e la coppia Matteo Salvini-Giorgia Meloni che cerca di non farsi schiacciare in una strategia già fallimentare. Dall’altra Giuseppe Conte ha cercato e cerca di resistere per evitare la resa nei gruppi M5s: anche per questo ha visto il leader del Carroccio e invocato un nome che unisca gli schieramenti. Un appello fatto anche da Enrico Letta a Radio Immagina: ma al di là degli appelli, nessuna via d’uscita concreta sembra al momento delinearsi all’orizzonte.

Draghi sponsorizzato dai media della finanza. E c’è chi ragiona già sul sostituto a Chigi – Le parole del Financial Times lasciano poco spazio ai dubbi: “La premiership riformista di Draghi si avvicina ora alla fine”. E i suoi trascorsi, gli incarichi ricoperti e “la capacità di esercitare influenza dietro le quinte”, fanno di Draghi un candidato impeccabile per la successione”. Nell’editoriale si fa riferimento naturalmente ai fondi del Pnrr e non è casuale: l’Ue ci guarda e non vuole che il premier esca di scena. Tanto basta per far pensare a più di un partito che si procede al trasloco al Quirinale. E i vari retroscena vanno oltre: ipotizzano già chi potrebbe sostituire Draghi a Palazzo Chigi. La proposta che circola è quella di lavorare a un pacchetto di legislatura che permetta all’esecutivo di non essere troppo terremotato dal trasferimento. Secondo l’agenzia Adnkronos, una delle soluzione più accreditate è quella che prevede un governo fotocopia, con un nuovo pilota, un tecnico, al posto di comando, ma con il grosso delle caselle ferme, al loro posto. “Se riapri la partita non chiudi più nulla, soprattutto c’è il rischio venga giù tutto”, ragionano la stesse fonti. Per questo, viene esclusa la possibilità che nel governo post Draghi -ammesso vadano così le cose- entrino i leader: “d’altronde – il ragionamento – il governo attuale ha già una forte impronta politica, per il Pd c’è Franceschini, per il M5s Di Maio, per la Lega Giorgetti, per Fi si passa da Gelmini a Brunetta, per Leu Roberto Speranza”. L’unica concessione -stando alle fonti che lavorano allo schema- un piccolo ‘rimpastino’, per dare al governo un’impronta politica più marcata. E così a rischiare, secondo sempre l’agenzia Adnkronos, sarebbero i cosiddetti tecnici, nello specifico Roberto Cingolani, Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Luciana Lamorgese, quest’ultima da sempre nel mirino della Lega a cui, tra l’altro, farebbe gola la casella del Viminale. Mentre la Transizione ecologica stuzzicherebbe la fantasia del M5s e l’Istruzione quella dei dem. Ma se i tecnici sono considerati più a rischio, continua ad essere quello del tecnico il profilo più accreditato a succedere a Draghi: la Guardasigilli Marta Cartabia o il super manager Vittorio Colao in testa. Quanto ai nuovi nomi che potrebbero entrare a far parte della squadra, quello che viene dato in arrivo è Antonio Tajani, tra i ‘desiderata’ che potrebbe avanzare Silvio Berlusconi.

Incontro tra Conte e Salvini: la difficile strada dell’intesa su un altro nome – L’incontro tra quelli che sono stati prima alleati e poi nemici giurati era atteso, ma oggi ha avuto un effetto soprattutto simbolico: ha dimostrato che il leader 5 stelle lavora anche sull’asse del centrodestra e non si è consegnato completamente al centrosinistra e soprattutto non ha già accettato la candidatura di Mario Draghi. Ma nonostante il faccia a faccia “cordiale”, i nomi alternativi sembra che siano rimasti fuori dalla discussione. E se i nomi in campo sono quelli circolati nelle ultime ore (da Moratti a Casellati) è molto complicato immaginare che possano scaldare il gruppo M5s, figuriamoci tutto l’asse del centrosinistra. Il primo a lanciare un segnale in realtà era stato proprio il leader dem Enrico Letta: intervistato su Radio Immagina intorno all’ora di pranzo, ha chiesto un nome “super partes” e parlato della necessità di un’intesa con il centrodestra. Ma prima di tutto deve saltare il nome di Berlusconi: finché rimane in campo, non è concepibile né possibile alcuna mediazione. In serata proprio il Pd ha fatto trapelare nervosismo per la ricerca di nomi alternativi che però siano legati alle destre: “L’aspettativa che si sta creando per l’annuncio dell’endorsement di Berlusconi su nomi di centrodestra”, hanno fatto sapere fonti del Nazareno, “non è una questione che ci riguarda. Riguarda forse il centrodestra, non noi. Siccome tutta l’ipotesi di assalto al Colle da parte del centrodestra è stata costruita sulla fake news che i numeri dessero loro un diritto di prelazione, noi ribadiamo l’indisponibilità a prestarci a questo gioco. Non voteremo un candidato di centrodestra. Voteremo un presidente super partes, come i numeri di questo Parlamento senza maggioranza impongono”.

Intanto Berlusconi è ancora in silenzio e non scioglierà la riserva fino a domenica – Ma il Cavaliere che fa? E’ ancora a Milano e si rifiuta di sciogliere la riserva sul suo futuro. Ad esprimere esattamente il clima che si respira in casa del centrodestra, ci ha pensato un fuorionda intercettato dall’agenzia Askanews tra Ignazio La Russa e Gianni Letta. I due si sono incrociati al termine della presentazione di un libro su Sergio Mattarella del fisico Angelo Gallippi e nel dialogo intercettato si sente chiaramente La Russa chiedere a Letta di intercedere perché Berlusconi convochi il vertice al più presto. “Ancora siamo che è convinto di..”, dice Letta lasciando intendere che il Cavaliere non vuole rassegnarsi. Ecco che allora, sollecitato da Salvini, Meloni e gli altri alleati, Berlusconi nel pomeriggio ha detto ai suoi che è pronto a sciogliere la riserva sul Colle entro domenica, ovvero prima che inizino le votazioni alla Camera, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella. “Ho detto a Letta che i leader della coalizione si devono vedere, se non oggi, domani, al massimo dopodomani, perché il tempo stringe e urge decidere cosa fare sul Colle prima delle votazioni”, ha detto La Russa all’agenzia Adnkronos. “E’ inevitabile che il vertice si svolga prima della fine della settimana. Spero sia calendarizzato nelle prossime ore, altrimenti lo chiederò ufficialmente”, aveva detto in mattinata proprio la leader di Fdi Giorgia Meloni. Rimasto ad Arcore Berlusconi, dunque, per ora si sarebbe preso una pausa di riflessione, interrompendo le telefonate a quattro mani con Vittorio Sgarbi. Oggi, assicurano, non ci sarebbe stato nessun contatto con Salvini e Meloni. Tutto è rinviato a dopodomani. Sembra tramontata definitivamente, quindi, l’operazione Scoiattolo, come lo stesso Sgarbi ha sentenziato: “E’ finita esattamente con le ultime telefonate fatte venerdì scorso insieme a Silvio…”. Il deputato ha quindi dato un consiglio al presidente di Fi: “Può ancora essere protagonista se si ritira e dice per primo un nome alternativo per poterlo negoziare con gli alleati”. Il candidato che spiazzerebbe tutti ma li compatterebbe anche, per Sgarbi, è uno solo: “Se indica Draghi risolverebbe tutti i problemi”.

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