Il decreto 28 ottobre 2021, pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 286 del 1 dicembre 2021 con oggetto “Disposizioni per la definizione dei criteri minimi nazionali inerenti agli scopi, le tipologie e le caratteristiche tecnico costruttive della viabilità forestale e silvo-pastorale, delle opere connesse alla gestione dei boschi e alla sistemazione idraulico-forestale”, concretizza i contenuti dell’art. 9 comma 2 del Testo unico delle foreste e filiere forestali (Tuff) del 2018, D.lgs. n. 34/2018, già in vigore da anni. Quindi in realtà nulla cambia sul tema della fruizione della viabilità forestale, se non che vengono espressi nero su bianco alcuni concetti che prima erano in parte lasciati alla libera interpretazione:

– art. 2 comma 2, “i tratti della viabilità forestale e silvo-pastorale permanente e temporanea non interrompono la continuità del bosco e sono assimilati alla definizione di bosco”;

– art. 2 comma 3, “Indipendentemente dal titolo di proprietà, la viabilità forestale e silvo-pastorale e le opere connesse sono vietate al transito ordinario e non sono soggette alle disposizioni discendenti dagli articoli 1 e 2 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Codice della strada, nda);

– art. 2 comma 4, “La viabilità forestale e silvo-pastorale e le opere connesse sono coerenti con i tre elementi cardine della gestione forestale sostenibile: ecologia, economia e realtà sociale”.

Da quanto riportato sopra, si deduce che la viabilità agro-silvo-pastorale viene assimilata al bosco ed è esclusa dalle norme legate al codice della strada, è vietata al traffico ordinario e deve essere gestita in modo coerente e sostenibile secondo i criteri di economia, ecologia e realtà sociale.

Particolarmente veemente la reazione del mondo delle due ruote, le più direttamente interessate alla fruizione della sentieristica di ogni genere; la Federazione Motociclistica Italiana si è espressa parlando di una “norma miope e con possibili profili di incostituzionalità”, sottolineando le gravi ripercussioni economiche per un settore “che genera in Italia un valore complessivo di oltre 7 miliardi di euro e occupa nella sua filiera più di 100mila addetti”.

Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali si è visto costretto ad emettere un comunicato stampa di precisazione nel quale, rimarcando le buone ragioni dei contenuti del Decreto, ricorda che la competenza primaria in materia è delle Regioni (che hanno approvato all’unanimità il decreto) così come per la prevenzione del dissesto idrogeologico e per il rispetto di quanto previsto dal vincolo idrogeologico. Pertanto, spetta alle Regioni la competenza di valutare gli effetti della fruizione pedonale, cicloturistica o con mezzi motorizzati diversi da quelli forestali sui tracciati, i cui effetti su fondi non asfaltati hanno impatti ben diversi tra loro, valutandoli con la massima attenzione in relazione alle singole realtà territoriali.

La Regione Lombardia ha precisato che “la legge lombarda prevede che il transito sulle strade agro-silvo-pastorali sia disciplinato da regolamenti comunali. Su queste infrastrutture è vietato il transito dei mezzi motorizzati, ad eccezione di quelli di servizio e di quelli autorizzati in base al regolamento comunale. È invece consentito il transito di mezzi non motorizzati, come le biciclette e le slitte”.

Il problema dunque sta nella mancanza di uniformità delle legislazioni regionali, nelle autorizzazioni a livello locale e nelle motivazioni legate alle stesse. Per chi come noi da anni si batte contro la motorizzazione indiscriminata in territorio montano, si tratta di ribadire ancora una volta che non si contrastano i mezzi motorizzati in sé, ma l’uso che se ne fa: utilizzare i sentieri e le strade forestali al solo scopo di divertimento si scontra con i principi cardine della normativa (e secondo noi anche del buon senso). Occorre individuare percorsi appositi per i fuoristradisti in aree di basso valore ambientale regolamentando seriamente la fruizione della viabilità forestale ed effettuando i necessari controlli per il rispetto delle norme.

Fino a quando non si comprenderà che anche l’ambiente ha un valore (non solo ecologia ma anche economia, socialità, cultura, sanità) e si punterà solo ai soldi “pochi, maledetti e subito”, questa visione di cortissimo respiro non ci permetterà di programmare il futuro. Se non impariamo dai nostri errori nulla cambierà, lasciando i problemi a chi verrà dopo di noi. E’ quello che vogliamo?

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