Dicono che la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Nel calcio italiano sembra ripetersi all’infinito. Un anno e mezzo dopo la tragicommedia sportiva di Juve-Napoli, con in mezzo pure la parentesi di Lazio-Torino lo scorso marzo, ci risiamo: il campionato è di nuovo in scacco dei contagi, delle decisioni a corrente alternata delle Asl, ma soprattutto di se stesso, della propria incapacità di programmare. La giornata dell’Epifania doveva essere la tradizionale ripresa dopo la sosta natalizia, per giunta in grande stile, con due big match come Milan-Roma e, ironia della sorte, ancora Juve-Napoli. Invece è stato uno spettacolo surreale di partite rinviate (ben 4 su 10), giocate in condizioni precarie o addirittura con calciatori quarantenati in campo (il Napoli ha schierato Rrahmani, Lobotka e Zielinski che non avrebbero dovuto esserci, in barba ad ogni rispetto delle regole). La Asl, anzi le Asl, Udine e Torino, Napoli1 e Napoli2, chi più ne ha più ne metta, hanno fermato le squadre. La Lega Serie A di riprogrammare i match non ne ha voluto sapere (perché significherebbe ammettere che c’è un problema di calendario, anche se il problema esiste lo stesso, che lo si voglia vedere o no). E così è andato di scena il solito, inguardabile teatrino: giocatori di una sola squadra in campo per il riscaldamento, formazione annunciata ma nessun avversario, tutti a casa e martedì il cerino in mano al giudice sportivo.

Sul merito degli stop si possono fare diverse riflessioni. Ci sarebbe da chiedersi a chi rispondono davvero le Asl, che a volte sembrano quasi “sollecitate” a intervenire dagli stessi club. E bisognerebbe interrogarsi anche su quali regole vengono applicate, visto che in alcuni casi sono state disattese persino le nuove norme nazionali sulla quarantena, che prevedono che un vaccinato con terza dose non debba più isolarsi in caso di contatto stretto con un positivo (mentre in alcune squadre i giocatori sono stati fermati pur avendo ricevuto il booster). Non si capisce perché abbia potuto giocare (e vincere) il Verona con 10 positivi, e non l’Udinese con 7. Ma se il Covid non è colpa di nessuno, e sulla schizofrenia della autorità sanitaria si può far poco, certo essersi fatti trovare completamente impreparati, come se non dovessimo convivere da due anni con questa pandemia, è una responsabilità tutta del nostro calcio. È da inizio dicembre che i contagi stanno salendo, si sapeva che con la nuova variante Omicron ci si sarebbe potuti trovare in uno scenario ad altissima diffusione del virus. Così come la Serie A ha imparato sulla sua pelle di dover fare i conti con le decisioni della Aziende Sanitarie Locali, spesso severe, a volte ondivaghe e incomprensibili. Che cosa hanno fatto i presidenti per prepararsi a questo momento? Assolutamente nulla.

Non è stata stilata una regola sulle partite non disputate a causa contagi. Soltanto ieri, con i buoi ormai scappati dalla stalla, il consiglio della Lega Calcio ha approvato in fretta e furia un nuovo protocollo che prevede la sconfitta a tavolino per chiunque non giochi avendo almeno 13 giocatori negativi tra prima squadra e primavera. Una norma troppo penalizzante per il merito sportivo, e tra l’altro inutile considerando che la giurisprudenza ha già dimostrato come le determine interne siano cartastraccia di fronte a uno stop imposto (a torto o ragione) dall’Asl. Non è stato nemmeno cercato un vero approccio col governo, per trovare preventivamente una linea comune a cui Aziende sanitarie locali (e club) si possano attenere senza equivoci e ambiguità. Adesso si parla di una cabina di regia, che è stata convocata per mercoledì prossimo. Con calma, di mezzo c’è pure un’altra giornata che si annuncia altrettanto complicata. Ciò che è più assurdo è che oggi la Serie A sembra ancora più esposta al virus, nonostante abbia un anno di esperienza alle spalle e la straordinaria arma dei vaccini a disposizione: invece la scorsa stagione c’era una norma ad hoc, per cui un calciatore poteva comunque continuare ad allenarsi e giocare anche se aveva avuto contatti con un positivo, la cosiddetta “bolla”. Oggi quel protocollo è scaduto e non è stato rinnovato. E i club non hanno provveduto nemmeno a somministrare il prima possibile il booster a tutti i loro calciatori, con cui si potrebbe beneficiare delle nuove regole che sterilizzano la quarantena (non si parli di no vax, perché chi ha ricevuto le prime due dosi non avrà preclusioni sulla terza, è stata solo indolenza). Intanto un altro campionato viene, se non proprio falsato, comunque condizionato. Non certo dal Covid.

Twitter: @lVendemiale

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