Qualche sera fa sono passato dalla stazione Termini, a Roma, e ho trovato il pavimento dell’ingresso inondato d’acqua, ovvero appositamente bagnato per scoraggiare coloro che sono in cerca di un posto un po’ riparato per trascorrere la notte.

La preoccupazione di garantire un cosiddetto decoro in un luogo di transito molto frequentato spinge a nascondere altrove il dramma quotidiano di chi non ha dove dormire. Ci si preoccupa che non si sappia, e non si veda, che ogni notte c’è chi rischia di morire di freddo.

Ormai da settimane, a Roma la temperatura notturna scende intorno ai 2-3 gradi.
Nel mese di dicembre, sono già due le persone morte a causa del freddo: pochi giorni fa, nel gelo della notte, è morto un ragazzo di 27 anni proprio vicino alla Stazione Termini, si chiamava Fode Dahaba e veniva dalla Guinea Bissau. Qualche giorno prima era morto un 78enne che aveva probabilmente trovato rifugio in un’auto abbandonata nel tentativo di ripararsi dal freddo nel quartiere di Garbatella.

Ogni inverno le attese temperature rigide di dicembre ci trovano impreparati. Quello che appare evidente è la mancanza di soluzioni strutturali rispetto a un’emergenza ciclica e stagionale.

Da pochi mesi Roma ha una nuova amministrazione che ha promesso 300 posti letto in arrivo oltre ai 420 già attivi. Mi aspetto dal sindaco Roberto Gualtieri e dalla sua Giunta un occhio attento agli invisibili e a quelle migliaia di persone (prima della pandemia erano 8000) che ogni notte a Roma cercano un posto dove dormire. Come sempre, una buona gestione non si misura sulle luci di Via del Corso ma innanzitutto dalla cura e dall’attenzione ai più fragili e a chi, di notte al freddo, rischia di diventare ancora più invisibile.

L’opzione di riapertura notturna delle stazioni per dare rifugio a chi non ha un’alternativa alla strada viene considerata non dignitosa. Lo credo anch’io, ma in senso opposto. Non è dignitoso far dormire le persone per terra nelle stazioni quando servirebbero ben altre soluzioni che possano dirsi dignitose per ognuno di loro. Ma una stazione aperta per alcuni potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.

Se non fosse per la solidarietà e il quotidiano impegno di associazioni e volontari, ogni anno il bilancio dei morti per il freddo sarebbe drammaticamente più alto. Ed è chiaro che non possiamo lasciare al solo terzo settore il peso di un’emergenza che ha a che fare con le fasce più vulnerabili della popolazione.

Mi piacerebbe che l’amministrazione intervenisse ora, fissando la questione tra le priorità non procrastinabili e preoccupandosi che nessuno e nessuna debba trascorrere anche solo una notte nel gelo di queste notti.

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