“Davanti ad altre varianti preoccupanti, come la sudafricana Beta e l’indiana Delta, i vaccini hanno offerto una protezione ridotta, ma significativa. Più aumenta l’allenamento del sistema immunitario, terza dose e antinfluenzale compresi, più cresce il repertorio di quell’orchestra segreta che è il sistema immunitario. Guariti con due dosi e altre persone con tre dosi probabilmente ampliano la risposta immunitaria contro tutte le varianti”. L’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas, ritiene che la nuova variante di Sars Cov 2 Omicron – che ha messo in allerta il mondo – non dovrebbe compromettere la vaccinazione. Secondo lo scienziato “per farcela dovrebbe avere mutazioni straordinarie, dunque è improbabile che sfugga del tutto”. Omicron ha 32 mutazioni della proteina Spike e sembra diffondersi molto velocemente. Il Sudafrica prima della sua comparsa era arrivato a circa 250 casi giornalieri a metà novembre.

“Il Sudafrica ha condiviso dei dati con cui riprodurre la proteina Spike al computer e in vitro per confrontarla con gli anticorpi delle corti di pazienti guariti e vaccinati che seguiamo. Si fa lo stesso anche con le cellule della memoria. E Sarah Mapelli, bioinformatica del mio gruppo di ricerca, cerca di capire con dei modelli se l’immunità innata, prima linea di difesa protettiva nella maggioranza dei casi, continui a funzionare” dice Mantovani. Anche se, “con un virus cangiante e vaccini efficaci, ma da aggiornare e forse adattare, è difficile parlare di immunità di gregge. Non cambia però l’obiettivo di vaccinare il 90 per cento degli italiani”. Le case farmaceutiche sono al lavoro per testare Omicron e capire se lo scudo dei composti reggerà, Pfizer-Biontech hanno fatto sapere che nel caso fosse necessario mettere a punto un nuovo vaccino a Rna messaggero sarebbero necessari circa 100 giorni.

Per quanto riguarda l’obbligo si tratta di “una scelta politica, che nel caso andrebbe applicata seriamente perché non c’è nulla di peggio delle grida manzoniane. Le altre vaccinazioni infantili sono state facili da implementare grazie al controllo scolastico. In questo caso le crescenti limitazioni del Green Pass mi sembrano più sagge“. Non si deve comunque rimandare la terza dose in attesa di comprendere meglio la nuova variante: “Per quanto la tecnologia a mRna sia flessibile servirebbero mesi, mentre è bene proteggersi subito. La terza dose potrebbe dare una buona protezione per Omicron e predisporre meglio a un’eventuale quarta dose aggiornata”.

Sulle terapie, spiega Mantovani, “gli anticorpi monoclonali sono legati al virus e dunque si sta verificando. Per gli antivirali Remdesivir e Molnupiravir non servono modifiche. Come per altri farmaci utili nella fase avanzata della malattia, quali cortisone e Anakinra. Non hanno mai funzionato invece gli antinfiammatori, se non per alleviare sintomi iniziali della forma leggera per cui bastano paracetamolo o ibuprofene”. La variante Omicron però mette in evidenza, una volta di più, le difficoltà dell’Africa: “Bisogna donare più dosi, aiutare la vaccinazione come fa ‘Medici con l’Africa Cuamm’ in Sud Sudan e pensare a produzioni locali come l’Ue con Biontech. Moderna ha liberalizzato il brevetto per l’Africa, ma dubito che possa essere la strada“. Per quanto riguarda la protezione data dal vaccino, Mantovani conclude: “A sei mesi dalle due dosi la protezione verso l’ospedalizzazione rimane sopra l’80 per cento e con la terza dose migliorerà”. Anche per chi ha fatto AstraZeneca “la situazione è simile. Dopo sei mesi, secondo i dati di Neil Ferguson dell’Imperial college, la protezione è del 90 per cento contro la morte, 77 verso la malattia grave e 30 per la forma leggera. I vaccinati con AstraZeneca dopo una terza dose a mRna potrebbero diventare i più protetti”.

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