La scorsa settimana è andata in onda una puntata di Porta a Porta in occasione della quale, tra gli altri argomenti trattati, si è voluto porre l’accento sul perché le donne sono molto più penalizzate sul lavoro rispetto agli uomini. Sul ledwall alle spalle del conduttore Bruno Vespa, compare la scritta: Lavoro – perché le donne sono penalizzate. In studio, ad affrontare l’annoso problema, tre ospiti, tutti uomini. E’ vero, la trasmissione non era interamente incentrata su quel tema; è vero, qualcuno degli ospiti era lì per presentare un libro o per discutere anche di altro; è vero, Vespa invita sempre tante donne e bla, bla, bla.

Resta il fatto che quel fotogramma, quell’immagine incombente sullo schermo è emblematica, perché fotografa perfettamente la realtà nella quale vivono le donne, ancora nel 2021. Quattro uomini parlano di donne e soprattutto di come dovrebbero sentirsi le donne, siedono fieri e composti coi loro colletti inamidati e disquisiscono animatamente su un tema a loro completamente sconosciuto: la disparità di trattamento sul lavoro. Nemmeno l’ombra di una donna che potesse portare la propria testimonianza, così tanto per dire. D’altronde, a che serve quando c’è un uomo che parla per lei? La presenza femminile è solitamente contorno, pura decorazione e quando capita di vederla al timone c’è sempre qualcuno a ricordarle che, da qualche parte, esiste sicuramente un uomo al quale dire grazie.

Credo che questa giornata, così importante e fondamentale, debba ricordarci che la violenza fisica perpetrata sulle donne non è altro che il risultato di un maschilismo ancestrale radicato negli strati più profondi dell’animo umano e che si traduce necessariamente nella perenne tendenza a sminuire, arginare, svilire e sottovalutare la donna. Nonostante i passi avanti fatti in direzione di una certa parità di genere, permane ancora in maniera insistente l’idea che la donna sia in qualche modo inferiore all’uomo e che il suo ruolo debba sempre essere subordinato rispetto a quello del suo collega maschio. Ed ecco che in svariati contesti, se l’uomo è assertivo e determinato, la donna è acida e rompicoglioni; se lui dispensa attenzioni e sviolinate alle colleghe in ufficio è uno galante, se lo fa una donna è una che “vuole scopà”; se un uomo agisce senza pensare è un impulsivo, se lo fa una donna è emotivamente instabile e quindi poco affidabile.

Tra l’altro, è ancora fortissima la tendenza a far ricadere sulla donna, molto più che sull’uomo, la responsabilità della cura dei figli. Emblematico è il termine usato per identificare un uomo particolarmente dedito ai figli: il mammo. Una declinazione grottesca del termine mamma che evidenzia quanto sia culturalmente radicata la convinzione che debba essere la madre a occuparsi della prole. Perciò l’uomo non è padre, ma fa solamente le veci della madre e non sempre questo è visto di buon occhio. La donna che non assolve a pieno al compito di madre è un’egoista che pensa solo a se stessa e che sobbarca l’uomo, già molto impegnato col suo lavoro, di un ulteriore carico. Perciò colui che dedica tanto tempo ai figli è un padre modello, mentre una donna che passa 24 ore su 24 a cambiare pannolini e preparare pappine non fa altro che il suo dovere. In questo senso, anche la nostra società parrebbe organizzata per far desistere le donne con figli che decidono di lavorare. Tutele ridotte al minimo, discriminazioni di genere sul luogo di lavoro, disparità di trattamento economico. È un Paese di uomini e per uomini, in cui la donna è costretta ad adattarsi e ad accontentarsi delle briciole.

La disparità di genere è molto evidente, infatti, anche durante i colloqui di lavoro. Se la candidata è donna, le domande verteranno quasi del tutto sulla sfera personale: sei sposata? Hai figli? Vorresti averne? Come pensi di bilanciare lavoro e famiglia? Cosa pensa il tuo compagno o marito della tua scelta di carriera? Pensi di poterti trovare bene in un team di colleghi uomini? Che tipo di abbigliamento pensi di scegliere per questo tipo di occupazione? E via discorrendo. Tutte domande che, chiaramente, non verrebbero mai rivolte a un candidato uomo.

Per non parlare poi dei provini teatrali o cinematografici, degli incontri con registi e produttori, che il più delle volte vedono le attrici coinvolte in situazioni ambigue o addirittura diventare oggetto di molestie o violenze. In questo senso, il movimento #MeToo ha rappresentato un punto di svolta. Ma il mondo dello spettacolo è da sempre teatro – è il caso di dirlo – di discriminazioni di genere molto gravi, che spesso sfociano in vere e proprie violenze ai danni di attrici o modelle, sia durante i provini, sia in occasione di incontri fuori dai contesti lavorativi.

In Italia, negli ultimi anni, un collettivo femminista composto da 28 attrici di teatro ha fondato Amleta, un’associazione che si pone come obiettivo quello di denunciare qualsiasi discriminazione di genere all’interno del mondo del teatro. Attraverso una mappatura di più di cento strutture italiane e circa mille spettacoli tra il 2017 e il 2020, Amleta ha rilevato il fatto che la percentuale di attori uomini presenti sul palco è decisamente superiore a quella delle donne o di attrici transgender (parliamo di un 70%, contro un 30%). Su 25 teatri rilevati, inoltre, solo sei sono diretti da donne e nessuno di questi è nazionale.

Presso l’associazione sono pervenute, nel tempo, una valanga di testimonianze che riguardano abusi o molestie subite durante provini o spettacoli teatrali, da parte di registi o produttori, ma anche da parte di colleghi uomini. Va da sé che, in un tale scenario, parlare di violenza sulle donne solamente a livello fisico è troppo riduttivo. Le donne subiscono ogni giorno tutta una serie di discriminazioni, abusi e umiliazioni che, nella maggior parte dei casi, finiscono per essere tollerati o giustificati e addirittura occultati, a vantaggio del maschio di turno che trova approvazione e tutela in una società ancora troppo maschilista.

“Se l’è cercata” è la frase che accompagna quasi sempre una denuncia di violenza sulla donna: ancor prima di capire com’è andata, ancor prima di ascoltare le sue parole, prima di tutto c’è il pensiero che, forse, può essere che, ma siamo proprio sicuri che lei non abbia provocato? E questo aberrante pregiudizio, questo pensiero malato si insinua talmente nel profondo che persino di fronte al primo schiaffo o alla prima spinta contro il muro siamo proprio noi donne a pensare di avere delle colpe per ciò che è successo, a pensare che forse, se non l’avessi fatto incazzare dopo una giornataccia a lavoro, magari non avrebbe mai reagito così. In fondo me lo merito, dovrei stare più attenta a come mi comporto.

C’è una frase del film Pretty Woman che mi è sempre rimasta impressa, lontana dalla favola e dal sogno americano. Vivian (Julia Roberts) racconta ad Edward (Richard Gere), com’è finita a fare la prostituta: “Sai, non è fra i progetti per l’avvenire, non è il tuo sogno di bambina… Ti sviliscono a tal punto che finisci per crederci”. Ed è così, la donna viene svilita a tal punto che finisce per credere che sia giusto subire, che sia giusto soccombere e che in qualche modo abbia meritato quello schiaffo. Ma quello schiaffo è solo la punta dell’iceberg, è il risultato di anni e anni di maschilismo, di cultura patriarcale profondamente radicata nel tessuto sociale del nostro Paese. Ecco perché credo sia importante che lo Stato si faccia carico di questo problema culturale e sociale, tramite un’educazione sentimentale e sessuale sin dalle scuole primarie.

Gli uomini non nascono mostri, lo diventano. Ciò si può e si deve evitare, al più presto.

La fondazione del Fatto Quotidiano, insieme alla onlus Trama di Terre, finanzia borse di autonomia per sostenere donne sopravvissute alla violenza. Visita il sito e scopri come aiutarci: clicca qui

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