In Francia non si parla d’altro che della premiata ditta “EZB”, Eric-Zemmour-Bolloré. In politica è l’acronimo più gettonato del momento perché allude sarcasticamente al marchio OCB delle storiche cartine per sigarette fai da te ideate dalla famiglia Bolloré. Come a dire che il prodotto degli industriali bretoni è cambiato, l’obiettivo di fare profitti è rimasto invece uguale a duecento anni fa. Fatto sta che il duo Eric Zemmour-Vincent Bolloré è una vera e propria spina nel fianco persino per il presidente Emmanuel Macron che punta al suo secondo mandato all’Eliseo. Già perché, secondo buona parte della politica francese il miliardario bretone, ormai grande protagonista dei media europei, ha creato una sorta di prodotto editoriale ad hoc per le elezioni presidenziali del 2022: il giornalista Zemmour, capace di parlare direttamente alla pancia del popolo. Con tanto di argomenti contro il declino e l’islamizzazione della società francese che fanno sempre più proseliti nel Paese.

Ne ha fatto una star con la trasmissione Face à l’Info in onda sulla tv di Bolloré Cnews. Un successo che ha destato preoccupazione ai vertici dello Stato. Non a caso il Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA) ha chiesto che il tempo di parola di Zemmour fosse cronometrato al pari di quello di un candidato, benché non ci sia ancora alcuna candidatura ufficiale. Risultato? Zemmour ha lasciato la tv con una popolarità in crescendo. Basti pesare che il giornalista di origine ebraico-berbero algerina a metà novembre era riuscito a superare la candidata di destra Marine Le Pen nei sondaggi sulle intenzioni di voto con il 17-18%. Poi la Le Pen ha rimontato, secondo le ultime rilevazioni, complice una gaffe sulla strage del Bataclan e l’avvio di un nuovo processo a suo carico per odio razziale.

Commenti e critiche non mancano a sinistra come a destra. Per l’ex presidente Francois Hollande, Zemmour non è altro che “un‘impresa con risultati finanziari, sostenuto da un gruppo media (…) è il candidato di una società dell’audiovisivo (la Vivendi di Bolloré, ndr)”, come ha spiegato in un’intervista rilasciata al Corriere lo scorso 31 ottobre. Il successo dell’ex giornalista di Le Figaro ha fatto andare su tutte le furie anche la Le Pen che si è lamentata del poco spazio a lei riservato sui media del raider bretone. “Chi lo avrebbe mai detto solo qualche anno fa?” si è domandato retoricamente Le Monde in un articolo del 16 novembre. Zemmour è senza dubbio un personaggio decisamente sui generis, autore fra l’altro di numerosi libri con un forte richiamo nazionalistico fra cui “Il suicidio francese” e “La Francia non ha detto la sua ultima parola”. Testo, quest’ultimo, che ha dovuto pubblicare da sé visto che il suo storico editore si è tirato indietro.

A Parigi si dice che l’alleanza con Bolloré sia nata per questioni di business: Zemmour fa audience e Bolloré soldi. Ma poi l’intesa si è consolidata. Secondo Le Monde, la ragione sta nel fatto che Bolloré vuole consacrare il suo lavoro alla “difesa dell’identità francese, la sua ultima ossessione”. Inizia a credere alla “guerra di civilizzazione” di cui parla il “suo” candidato alle presidenziali. Una sorta di crociata culturale. O forse una scommessa sul fatto che la Francia andrà a destra. Certamente una presa di posizione forte dopo due presidenti di sinistra che hanno reso difficile la vita alla famiglia Bolloré.

Da quando Nicolas Sarkozy ha lasciato l’Eliseo, non c’è stata più pace per Vincent Bolloré. L’ex presidente Hollande lo ha bollato come “pirata cattointegralista”. Ma almeno in pubblico i due hanno evitato finora imbarazzi. La situazione è precipitata con l’attuale inquilino dell’Eliseo, Macron, che, in un pranzo riservato a giugno, lo ha invitato a più miti consigli chiedendogli di smetterla di acquistare tv e giornali. E’ stato il punto di non ritorno. Con Bolloré che ha risposto picche e Macron che ha iniziato a mettergli i bastoni fra le ruote. Persino nella campagna d’Italia, scrivendo al premier Mario Draghi per invitarlo ad evitare che un’azienda strategica come Telecom Italia finisca nelle mani di un raider senza scrupoli. Non solo: quattro mesi dopo l’incontro all’Eliseo, il tribunale di Parigi ha deciso di spedire il finanziere bretone davanti al tribunale penale nonostante avesse accettato un patteggiamento con il pagamento di un ammenda da 12 milioni per una vicenda di corruzione in Togo. Un affare secondo cui, per Bolloré, ci sarebbe lo zampino di Macron. Esattamente come nell’ingresso in scena di Bernard Arnault nel tentativo di salvataggio del gruppo editoriale Lagardère dalle mire espansionistiche di Bolloré. Per non parlare del fatto che, secondo Sarkozy, Macron avrebbe preso contatti con Angela Merkel per impedire al gigante tedesco Bertelsmann di cedere la sua filiale M6 a Bolloré, poi finita al gruppo rivale TF1.

Questioni di affari, ma anche di vecchi rancori e di potere perché la sinistra francese teme il tycoon bretone che non riesce a tenere a bada e ha fama di essere uno che non segue affatto le regole del bon ton. Inoltre il raider bretone non piace a buona parte del salotto buono della finanza francese. Bolloré è inviso al proprietario della tv commerciale TF1, Martin Bouygues, perché tentò anni fa di sfilargli l’azienda di famiglia. All’epoca fu costretto ad intervenire il miliardario del lusso Francois Pinault per evitare il peggio. Neanche l’ex amministratore delegato della tv France 24, nonché ex presidente di France Médias Monde, Alain de Pouzilhac, lo ama particolarmente perché lo ha sbattuto fuori senza se e senza ma nel momento in cui ha preso il controllo dell’azienda Havas. Ma Bolloré non è certo uno che si preoccupa di queste cose. Ha creato dal nulla il suo impero media in diciotto anni di lavoro. Ed ora sta sostenendo il suo candidato. E pensare che in passato lo stile del bretone era il “bien à gauche comme à droite”, bene a sinistra come a destra, purché si facciano affari. Ma l’atmosfera post- Sarkò è cambiata e la risposta non è tardata ad arrivare. Di la decisione di Bolloré di “lanciare l‘Opa sull’Eliseo” puntando sull’ outsider Zemmour, le cui idee estremiste hanno portato a due condanne per istigazione all’odio razziale e religioso. Per non parlare di alcune denunce per aggressioni sessuali. Una scommessa che in pochi in Francia avrebbero azzardato.

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