Dall’Alto Adige alla val d’Aosta, passando prima di tutto per il Veneto, le Regioni con le montagne a più forte vocazione turistica temono di vedersi sfumare, dinanzi alla quarta ondata della pandemia da Covid, l’illusione di una stagione invernale di nuovo normale.

Da Aosta rimbalza la dichiarazione del presidente della Regione Erik Lavevaz: “L’emergenza non è finita, i numeri della Sanità sono di nuovo preoccupanti per la prospettiva e la rapidità della crescita del contagio”, e da Bolzano non ha mezzi termini l’assessore alla Sanità Thomas Widman: “Siamo a un passo dal deragliamento”.

Non appare solo a rischio l’industria dello sci, si comincia a parlare apertamente di possibile divieto dei cenoni di Natale e Capodanno: pensate solo che a Cortina, le prenotazioni dei tavoli ai ristoranti dall’ultima settimana di dicembre all’Epifania sono quasi tutte già esaurite. In ogni caso, le prime aperture degli impianti di risalita e l’imminente appuntamento dei mercatini di Natale saranno un doppio banco di prova.

Il punto è che, alla fine, il ragionamento degli stessi responsabili politici locali che rilanciano l’allarme, va a parare nel consueto disarmante appello alla popolazione: “Ora siamo tutti chiamati alla responsabilità comune”, esorta Lavevaz; “dobbiamo alzare la nostra percentuale di immunizzati, che è inferiore del 10 per cento al resto dell’Italia”, fa eco Widman. E no, troppo facile. Sembra quasi un assist alla galassia no-green pass e no-vax.

Spiace proprio dover essere ripetitivi, e il rischio è pure che non giovi nemmeno più di tanto. Ma, provando a ragionare dell’emergenza sanitaria anche su questi temi specifici relativi al cosiddetto tempo libero, non si può ribaltare tutto sulle spalle dei cittadini. Il primo nodo è proprio quello della gestione del turismo e dei suoi flussi, dello specifico modello turistico tradizionale che si vorrebbe far ripartire.

Bisogna del resto considerare che, naturalmente, le prime aree geografiche a vedere i segnali della quarta ondata, sono le stesse dove il flusso di visitatori è maggiore. Non è un problema di regole o di protocolli, e men che meno si risolve facendo affidamento all’utopistico “contributo di tutti”.

Parlando soltanto di fatti e circostanze verificate di persona, il cronista non può non notare quanto poco funzioni concretamente la maglia dei controlli: in Alto Adige come in Val d’Aosta quanti alberghi effettivamente pretendono di verificare il green-pass degli ospiti, salvo per esempio in alcuni casi laddove il cliente dichiari di voler andare anche al centro benessere? E’ rarissimo, poi, sentire il personale rimproverare ai clienti il non corretto uso delle mascherine.

Sui ristoranti, sui bar e gli altri pubblici locali, un’indagine a sorpresa rivelerebbe tante falle, situazioni specifiche e anche solo orari particolari diventano purtroppo la saga della presunta libertà di comportamenti, altro che dittature sanitarie!

Nel celebre rifugio al confine tra due comprensori sciistici di richiamo internazionale, pur nonostante la presenza occasionale di una troupe cine-televisiva con tanto di star hollywoodiana e bodyguards, abbiamo appena assistito al canonico mezzogiorno del ‘liberi tutti’: nemmeno il personale di sala utilizzava la mascherina, i clienti andavano e venivano dal buffet urlando da una parte all’altra della sala con le mascherine abbassate al collo, non parliamo poi del caos alle toilette. D’accordo gli scarponi ai piedi non agevolano gli spostamenti e le comunicazioni, ma siamo tornati esattamente al mondo di prima del Covid.

Sì, è vero, i pochi comprensori già aperti non sono presi d’assalto dalla massa e per ora sembrano abbastanza attenti alle verifiche dei green-pass insieme con lo ski pass, ma in Svizzera vale per esempio il protocollo opposto, ovvero un rigido controllo nei locali, e non sulle cabinovie o sugli ski-lift. La capienza delle funivie già riportata all’80 per cento, rende comunque ingestibile al povero addetto di turno l’imposizione delle regole igieniche anti-contagio.

Quel che manca è l’impegno proprio di chi, avendo responsabilità, invoca il fantomatico “contributo di tutti” dopo averlo già spremuto con la massa di denaro pubblico che lo Stato (a partire dai 33 milioni di euro stanziati dal ministero del Turismo, a inizio agosto, nei decreti attuativi ai Sostegni bis) e gli enti locali profondono per lo sci, comprese le iniezioni aggiuntive per le assicurazioni che vanno a coprire l’assistenza sanitaria dei turisti stranieri e quelle delle località, relative a eventuali cause di risarcimento collettive per mancati controlli o ritardati allarmi relativi a focolai di Covid.

Non converrebbe forse controllare un po’ meglio la situazione a priori, educare ragionevolmente prima di tutto gli operatori del turismo, lanciare meno allarmi e anatemi, fare insomma qualcosa di concreto? Il discorso vale ancor di più quando si parla di Regioni a Statuto Speciale, altrimenti la pandemia travolgerà anche quote d’autonomia.

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