A non pochi torinesi è dispiaciuto parecchio vedere come nei giorni scorsi il milanese Giuseppe Sala abbia liquidato senza tanti complimenti il loro neosindaco Stefano Lo Russo, che si è fatto prendere in braccio da Alberto Cirio, presidente della Giunta Regionale piemontese, che voleva resuscitare il tema della partecipazione del Piemonte e di Torino all’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Una specie di riedizione tardiva dell’asse Torino Milano Cortina, forse una manovra diversiva di Cirio per distogliere l’attenzione dalla scarsa capacità del suo governo, perfino nell’evidente stallo delle amatissime grandi opere (nuovi ospedali, nuova sede della regione e così via).

Se già prima, il trio Malagò, Sala e Zaia era stato chiaro prevedendo per il Piemonte solo una partecipazione del tutto marginale, gelando sul nascere le timide aperture manifestatesi nella maggioranza della precedente sindaca Chiara Appendino, ora ci ha pensato il sindaco di Milano a stoppare l’iniziativa a opera del nuovo sindaco di Torino. Si tratta, quella delle Olimpiadi invernali, di una questione che in Piemonte e a Torino aveva già tenuto banco tre anni fa, utilizzata soprattutto per attaccare la sindaca grillina che non ne voleva sapere di altri debiti per la città.

Si sperava che la polemica Olimpiadi sì Olimpiadi no – in cui proprio Lo Russo si era rivelato particolarmente acceso – fosse rientrata definitivamente dopo la decisione di tenere a Torino, per i prossimi cinque anni, le Nitto ATP Finals di tennis. Queste sì capaci di produrre, senza nessun significativo costo per le casse pubbliche, una ricaduta economica ben maggiore di quanto si sarebbe ottenuto con una marginale partecipazione alle Olimpiadi, che avrebbe richiesto l’investimento di risorse pubbliche per mettere a nuovo gli impianti di Pragelato e di Cesana, inutilizzati dal 2006.

Gli sforzi di Cirio e Lo Russo per rientrare in una partita dalla dubbia convenienza non hanno prodotto nemmeno il topolino. L’esito la dice lunga sulla lungimiranza e l’acume politico dei due i quali, senza nessun elemento nuovo, hanno ripreso una vecchia vicenda ormai chiusa, facendosi mettere nel sacco in modo così poco glorioso da Sala e Zaia.

Nel programma politico con il quale da poco è stato eletto sindaco, Lo Russo non accenna mai alla partecipazione di Torino ai prossimi Giochi di Cortina. Si pensava che avesse ascoltato i tanti che avevano raccontato di come le Olimpiadi del 2006 a Torino non siano state un successo per tutti. Tra i critici, allora, anche illustri esponenti della sinistra e dell’ecologismo soft che siedono in maggioranza, ora tutti in silenzio.

In tanti hanno analizzato l’impatto delle Olimpiadi invernali 2006, arrivando per vie diverse a conclusioni simili. Per esempio, Marco Imarisio, sul Corriere della Sera scrive, tra l’altro, che dopo Torino 2006 la pista da bob costruita a Cesana, in Val di Susa, è rimasta aperta fino al 2010 senza ospitare alcuna competizione, producendo spese di gestione per mezzo milione di euro. E dire che comitato organizzatore aveva sconsigliato di farlo, ce n’era una simile a La Plagne in Francia, a circa 50 chilometri dal confine italiano. E ancora: la pista di salto con gli sci di Pragelato, costata circa 37,3 milioni di euro, ha un costo di manutenzione annuale di circa 1,1 milioni di euro, e dal 2006 ho ospitato solamente altre due gare.

Mario Cavargna, presidente di Pro Natura Piemonte, documenti dell’archivio del Comitato Olimpico Internazionale alla mano, nel 2018 arriva ad affermare che le Olimpiadi di Torino sarebbero costate 4,1 miliardi di euro, senza contare il costo delle opere di compensazione. Nello stesso periodo la sindaca Appendino così motivava sul blog del M5S la scelta di non impegnare la Città nell’organizzazione delle Olimpiadi invernali 2026: “Se le Olimpiadi 2006 hanno lasciato un ricordo ancor vivo oggi nei torinesi e sono servite a proiettare a livello internazionale una nuova immagine di Torino, non si può non tener conto dell’impatto che hanno avuto sul bilancio della Città. Nel 2001 il debito di Torino era di circa 1,7 miliardi di euro, nel 2007 era salito a 2,98 miliardi”.

Torino si trovò in vetta alla classifica dei Comuni d’Italia più indebitati. Ancora nel 2019 era di 338,31 € di costo del debito della città per ognuno dei suoi 848.196 abitanti. Giusto per fare qualche raffronto, a Bologna il costo annuo pro-capite del debito era di 58,20 €, a Milano 0 (zero) [dati Openpolis].

Il Comune di Torino nel 2019 ha speso 230 euro pro capite per i servizi sociali, educativi e di welfare in generale (8 per politiche sociali, 104 per i servizi socioassistenziali, 49 per i nidi, 69 per le scuole per l’infanzia), vale a dire 108 € in meno di quanto ha speso per sostenere il debito pregresso, peraltro in riduzione di circa 100 milioni ogni anno.

L’indebitamento si giustifica se produce ritorni in investimenti e rilancio di un territorio, queste le motivazioni che da sempre accompagnano questo genere di impegni economici e finanziari: l’incremento del Pil e dei flussi turistici. Non mancano studi e letteratura scientifica – un buon riferimento è un lavoro di Jérome Massani I promessi soldi: Torino 2006, fra analisi economica e autoconvinzione, Ed. Ca’ Foscari 2018 – da cui si evince che:

1) “L’Unione Industriale di Torino aveva stimato per il Piemonte un incremento medio annuo del Pil pari a circa il 3% annuo nel periodo che va dal 2005 al 2009. I dati Istat dicono che il Piemonte è stata la regione con il maggiore calo del Pil (-5,3%) tra tutte quelle italiane (media nazionale 3,1%)”. Quindi, ben poca cosa, molto lontana dalla previsione.

2) “Per affermare che le Olimpiadi hanno contribuito in modo rilevante a sviluppare il turismo in Piemonte non basta osservare che il turismo è aumentato negli anni successivi all’evento”, come si evince dalle statistiche sull’aumento del flusso turistico di città italiane non interessate dalle Olimpiadi, ad esempio Roma o Verona.

I dati sembrano essere inequivocabili: le Olimpiadi del 2006 non sono state in grado di modificare il corso degli eventi che continuano a mostrare Torino e il Piemonte in declino.

Allora, perché Alberto Cirio, Presidente della Giunta del Piemonte e Stefano Lo Russo, nuovo sindaco di Torino, invece di cercare nuove strade per rilanciare città e regione, hanno riesumato il tema incassando un diniego che li umilia e li indebolisce ulteriormente insieme ai territori che dovrebbero governare?

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