Una resa incondizionata alle direttive del Vaticano. Alla fine, dopo uno scontro durato diverse settimane con la Santa Sede e perfino con Papa Francesco, il presidente di Comunione e liberazione, don Julián Carrón, si è dimesso. Il diretto successore di don Luigi Giussani, che nel 1954 fondò Cl, è stato costretto ad accettare la decisione irrevocabile presa dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Secondo il recente decreto emanato da questo organismo vaticano, infatti, i presidenti dei movimenti ecclesiali non possono restare in carica oltre dieci anni. Carrón ha guidato ininterrottamente Comunione e liberazione dal 2005, ovvero subito dopo la morte del fondatore, ed è stato riconfermato alla guida di Cl nel 2008, nel 2014 e nel 2020 per un nuovo mandato di altri sei anni, che quindi sarebbe scaduto nel 2026. Le nuove norme, però, gli hanno imposto di lasciare l’incarico entro settembre 2023. L’accelerazione del passo indietro è stata dettata dalla guerra fredda delle ultime settimane con la Santa Sede. Bergoglio ha, infatti, recentemente commissariato i Memores Domini, ovvero i consacrati del movimento, di cui fanno parte anche Roberto Formigoni e le quattro donne che assistono il Papa emerito Benedetto XVI nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano.

Una decisione presa a seguito delle gravi colpe emerse nella gestione del governo. Ma anche a causa della disobbedienza dell’ex presidente dei Memores Domini, Antonella Frongillo, e dello stesso Carrón alle direttive della Santa Sede. Subito dopo la pubblicazione del decreto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita che ha messo fine alle presidenze a vita dei movimenti ecclesiali, Carrón ha prima dato la sua “piena disponibilità a dare seguito a quanto richiesto”. Poi, però, lo scenario è cambiato ed è iniziato lo scontro con il Vaticano. Il 16 settembre scorso Carrón e Frongillo non si sono presentati all’incontro dei vertici dei movimenti ecclesiali con il Papa organizzato dal Dicastero presieduto dal cardinale Kevin Joseph Farrell. Al suo posto, Carrón ha mandato il vicepresidente di Cl, Davide Prosperi. Da qui, l’impossibilità per la Santa Sede di proseguire un dialogo sereno con i vertici uscenti del movimento. Se per i Memores Domini il Papa ha nominato come suo delegato speciale l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, anche lui ciellino, ora il nuovo presidente di Comunione e liberazione dovrà essere eletto secondo quanto previsto dal nuovo decreto vaticano.

Il passo indietro di Carrón arriva al termine di un braccio di ferro che avrebbe inevitabilmente portato il Papa a commissariare tutta Cl. “In questo momento così delicato della vita del movimento – scrive il sacerdote nella lettera in cui comunica la sua decisione – ho deciso di presentare le mie dimissioni da presidente della fraternità di Comunione e liberazione, per favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre, attraverso il decreto sull’esercizio del governo all’interno dei movimenti, si svolga con la libertà che tale processo richiede. Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma. È stato un onore per me – prosegue Carrón – esercitare questo servizio per anni, un onore che mi riempie di umiliazione per i miei limiti e se ho mancato nei confronti di qualcuno di voi. Rendo grazie a Dio per il dono della compagnia di cui ho potuto godere, davanti allo spettacolo della vostra testimonianza quotidiana, da cui ho imparato costantemente e da cui voglio continuare a imparare. Vi auguro di vivere questa circostanza come occasione di crescita della vostra autocoscienza ecclesiale, per poter continuare a testimoniare la grazia del carisma donato dallo Spirito Santo a don Giussani, che rende Cristo una presenza reale, persuasiva e determinante, che ci ha investito e trascinato dentro un flusso di vita nuova, per noi e per il mondo intero”.

Le dimissioni di Carrón arrivano pochi giorni dopo l’uscita di uno dei più autorevoli esponenti del movimento, il cardinale Angelo Scola, dal futuro conclave. Il porporato nel 2011 fu trasferito da Benedetto XVI dalla sede patriarcale di Venezia a quella arcivescovile di Milano anche grazie al sostegno dell’ormai ex presidente di Cl. Certamente, se fosse stato eletto Papa nel conclave del 2013, Scola non avrebbe costretto Carrón alle dimissioni, né avrebbe commissariato i Memores Domini, né avrebbe mai avuto con i membri del suo movimento i toni sferzanti di Bergoglio: “Uscire significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una ‘spiritualità di etichetta’: ‘Io sono Cl’. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una Ong”. Parole nette che hanno sempre segnato la profonda distanza tra Francesco e don Giussani. A differenza di Ratzinger che, qualche settimana prima di essere eletto Papa, il 24 febbraio 2005, ne celebrò le esequie nel duomo di Milano.

Twitter: @FrancescoGrana

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