Esattamente 130 anni fa, il generale Robert Dyrenforth mosse dalla capitale, Washington, alla volta del Texas con quasi 9mila dollari da spendere in polvere da sparo ed esplosivi ad alto potenziale. Non era a capo di una spedizione militare. Polvere ed esplosivi non servivano a combattere i fuorilegge, gli indiani o i messicani. L’esplosivo scopo era una ricerca scientifica dalle enormi ricadute tecniche, ufficialmente approvata e finanziata dal Congresso degli Stati Uniti.

A quel tempo, il generale non era più in servizio attivo, ma un esperto del Ministero dell’Agricoltura. E le micce furono innescate per influenzare il tempo meteorologico con uno scopo preciso: causare la pioggia. È stato, forse, uno dei primi esempi di ricerca su larga scala in tema di controllo meteorologico. Certamente, il primo condotto in base a una investitura ufficiale.

Funzionò?

Dopo l’esplosione di alcuni barili di polvere da sparo, ogni tanto pure pioveva. Ma i cowboy texani che guardavano attoniti gli esperimenti erano assai critici: avrebbe piovuto comunque, in base alla loro esperienza. E il generale non sapeva bene che cosa rispondere, né chiunque altro avrebbe potuto farlo. Alla fine, si stabilì che stimolare le precipitazioni a suon di bombe era un metodo del tutto fasullo.

L’intero esperimento non era frutto della trovata estemporanea di un generale a riposo forzato. Era bensì l’esito di una lunga storia, ripresa durante la guerra civile americana, ma iniziata in Europa un secolo prima. I veterani della Guerra dei Sette Anni raccontavano a chiunque fosse disposto ad ascoltarli come ogni grande battaglia fosse stata seguita da un acquazzone. Dopo le guerre napoleoniche, visto il ruolo chiave dell’idrologia nell’indirizzare l’esito della battaglia di Waterloo, questa storia era stata ripresa altre volte nell’emisfero occidentale, al di qua e al di là dell’oceano.

Dal 5 al 15 aprile 1815, c’era stata l’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, che aveva sparato in atmosfera una enorme quantità di pulviscolo. Poche settimane dopo, dal 16 al 18 giugno, i francesi affrontarono a Waterloo la coalizione anglo-prussiana nello scontro supremo. Una sequenza di nubifragi, insolitamente violenti, si abbattè sulle campagne a sud di Bruxelles, dove le truppe napoleoniche si erano accampate. Le piogge resero fangoso il terreno anche in pieno giugno, sconvolgendo la tattica di Napoleone, le cui fortune militari si basavano sulla mobilità delle truppe e la velocità con cui l’imperatore riusciva a manovrarle. E il b, a causa delle ceneri prodotte dell’eruzione vulcanica, fu l’anno senza estate, immortalato da una delle più belle poesie di Lord Byron, Darkness, che inizia con un verso immortale:

“I had a dream, which was not all a dream.”

Un generale non dimentica vicende come questa, anche se alcuni malevoli narrano che, durante la Guerra Civile combattuta tra le file unioniste, il nostro non andò mai oltre il grado di maggiore. Dyrenforth e la sua squadra di scienziati un po’ improbabili arrivarono a Midland, nei pressi di San Antonio, armati di dinamite, polvere da sparo, cannoni, aquiloni e palloni progettati per esplodere in aria. Il generale disponeva di una enorme potenza di fuoco, diretta verso il cielo.

Era arrivato perfino l’ingegnere, Edward Powers. Costui aveva puntigliosamente raccolto le testimonianze storiche sulla relazione tra esplosioni e precipitazioni. Non tutte erano storie belliche, perché alcune riguardavano le conseguenze di esplosioni accidentali avvenute in depositi di polvere da sparo. Per sottolineare la potenziale efficacia della metodologia esplosiva, aveva però intitolato il suo libro War and the weather, “Guerra e tempo meteorologico” (Chicago: Knight & Leonard Co, 1871). Un best-seller che aveva mosso l’immaginazione dei contemporanei. La notorietà di Powers era stata decisiva per convincere il Congresso a sborsare ben 9mila dollari a favore del Ministero dell’Agricoltura per finanziare l’avventura del suo concittadino Dyrenforth. All’epoca, una cifra enorme per una ricerca dall’esito pratico abbastanza incerto. Equivalgono a circa 270mila odierni, una cifra ridicola se paragonata al budget della ricerca pubblica.

“Senza dubbio la generazione artificiale della pioggia diventerà una pratica comune nelle zone aride del paese”, aveva dichiarato il generale al New York Times, che aveva annuito. I giornali di tutta la nazione salutarono così gli esperimenti come una svolta epocale, una tappa decisiva nella lotta senza fine dell’umanità per piegare la natura ai propri scopi. Invero, se un po’ di pioggia era pure caduta nei dintorni di San Antonio, le esplosioni avevano fatto saltare le finestre in un hotel del centro.

Washington Post, New York Sun, Chicago Tribune e Rocky Mountain News riferirono della formazione di torrenti impetuosi dopo le esplosioni di Dyrenforth. Naturalmente, nessuno di quei giornali aveva inviato un cronista nei pressi di Midland: tutti credevano alle parole del generale, che le seminava con astuzia. Soltanto alcune riviste specializzate in campo agricolo avevano inviato sul posto alcuni osservatori.

Per più di un anno, il generale conobbe una vasta popolarità. Le cose, poi, finirono male. In base ai rapporti degli esperti agricoli che avevano seguito gli esperimenti, la rivista scientifica più diffusa definì gli esperimenti “sciocchi fuochi d’artificio” e l’iniziativa “una farsa costosa”, ponendo la pietra tombale sulla questione (Scientific American, January 2, 1892). L’insuccesso diventò un fardello insopportabile per il generale, asceso nel 1893 a zimbello nazionale. Da Dyrenforth diventò “Dryhenceforth”, che significa “Da ora in poi, asciutto”.

Ho scritto questo secondo post sul tema della manipolazione meteorologica poiché alcuni lettori dei precedenti post mi hanno incoraggiato a condividere il poco che so in questo scivolosissimo campo, spesso sospeso tra la science fiction e le teorie complottistiche. Se giudicherete il tema ancora interessante – anche in vista delle iniziative più recenti, a partire dal progetto Tibet e non solo – continueremo a discuterne su questo blog.

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