di Vittorio De Vecchi Lajolo

Qualche giorno fa in Germania ha occupato le prime pagine dei giornali la notizia dell’aggressione verbale perpetrata in diretta televisiva da Thomas Hornung, assessore della città di Mannheim in quota Cdu (centrodestra), ai danni dell’inviata di Swr (la rete pubblica dei Länder del Baden Württemberg e della Renania) al punto da costringerla a interrompere la trasmissione. Natalie Akbari stava commentando lo svolgimento del congresso della Cdu del Baden Württemberg – un congresso particolarmente delicato, poiché conseguente alle dimissioni del deputato al Bundestag nonché capo della CDU di Mannheim Nikolas Löbel, travolto da una serie di scandali, tra cui una provvigione di 250.000 euro incassata per aver facilitato la conclusione di contratti di fornitura di mascherine FFP2 cinesi a due aziende di Heidelberg.

Naturale che il racconto della giornalista non fosse propriamente lusinghiero per la Cdu, motivo per cui Hornung ha ritenuto di zittirla con alcuni dei più popolari trucchi tratti dal manuale del Piccolo Censore: “questa è sfacciataggine pura”, “io so come si fa il giornalista”, “lei non fa un lavoro serio, distorce i fatti”. Diretta interrotta, stracci che volano e poi unanime condanna da parte non solo degli altri partiti e dei commentatori terzi, ma anche da parte di alcuni colleghi di partito che chiedono l’espulsione di Hornung. Su un punto in particolare concordano tutti (compresa la stessa Cdu): libertà ed indipendenza della stampa sono beni sacri in una democrazia – guai a intaccarli.

Sembra un ragionamento logico? Bene, nell’Italia diversamente democratica le cose non funzionano così, e lo si è visto nel caso di Report. Il fatto stesso che un gruppo di parlamentari della Commissione di Vigilanza Rai chieda ufficialmente chiarimenti sul contenuto di un servizio giornalistico è sintomo di una profonda crisi d’identità: la Commissione di Vigilanza è fatta per garantire il pluralismo dell’informazione e “l’indipendenza, l’obiettività e l’apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione”. Non è nata per valutare o addirittura giudicare il contenuto editoriale dei programmi della Rai: in un sistema liberale la stampa si commenta, si critica, ma non si manipola, zittisce, né tantomeno punisce (a meno che non sussistano gli elementi costitutivi di un reato, s’intende). Perciò, anche se Sigfrido Ranucci avesse davvero “esaltato i no-VAX” – come sostiene qualche barbagianni che la puntata di lunedì 1 novembre evidentemente non l’ha vista – sarebbe una gravissima violazione della libertà di stampa se venisse punito o costretto a rettificare. Paradossalmente, la Commissione di Vigilanza dovrebbe invece garantire che persino i no-vax abbiano accesso alla rete pubblica, in quanto espressione di una “certa” tendenza sociale.

Comunque, non è davvero necessario fare ipotesi di scuola, perché basta aver visto la puntata incriminata per sapere che non c’è stata alcuna esaltazione di posizioni no-vax o antiscientifiche, bensì esattamente il contrario: una disamina seria e onesta delle diverse posizioni scientifiche e politiche variamente sostenute sulla gestione della pandemia, che inevitabilmente ha messo anche in luce le storture, gli errori e le indecenze commesse in Italia ed altrove.

Insomma, ci sarebbe solo da fare i complimenti a Ranucci per aver fatto informazione di qualità e per aver portato all’attenzione del grande pubblico problemi seri che, una volta noti, potrebbero anche essere affrontati. Invece no: per un manipolo di valorosi parlamentari di Pd e PdL (più Renzi), si tratta di “un lungo compendio delle più irresponsabili tesi No Vax e No Green Pass”. L’aspetto più tragicomico è che non si capisce proprio perché siano disposti a negare l’evidenza a costo di coprirsi di ridicolo. Fossero personaggi notoriamente legati al mondo delle case farmaceutiche, uno potrebbe anche capire (non giustificare) un’iniziativa figlia di un conflitto d’interessi – ma non è questo il caso.

Resta il sospetto che non sia altro che una delle innumerevoli espressioni di profonda insofferenza verso i principi fondamentali della democrazia liberale che nutre larga parte della classe politica e dirigente italiana. Basta pensare al prefetto di Trieste Valenti, che ritiene che vada “compressa” la libertà di manifestare, o a chi equipara i non vaccinati a “disertori” (per citare solo la cronaca più fresca) per rendersi conto di come, mutuando le parole del presidente dell’ordine degli avvocati di Milano, sia necessario “recuperare i punti fermi di uno Stato democratico”. Punti che in un paese, come la Germania, sono “fermi” proprio perché non possono muoversi neanche in situazioni di emergenza.

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