Mark Zuckerberg apre le porte al metaverso. Se ne parlava da tempo e – come sappiamo – il giorno del cambio di nome è arrivato. Qualche problema si manifesta in realtà all’orizzonte, perché la denominazione non proprio originalissima “Meta” è un marchio già registrato da altra società, la Meta PCs, una compagnia americana dell’Arizona. Ma sono certo che questo intoppo potrà essere superato a “suon d’affari” e comunque la strada sembra essere segnata, quindi, vediamo se questo universo “al di là” dei social sarà davvero un’opportunità oppure un altro guaio per noi – già piuttosto addomesticati e asserviti – utenti digitali.

Di fatto si tratta di una Second Life molto più evoluta dove nostri avatar potranno replicarsi in un mondo molto più bello di quello reale, interagire, progettare, confrontarsi con altri cittadini digitali, lavorare, fare affari e procedere con acquisti di beni e servizi, senza muoversi da casa. Del resto, il traffico è una seccatura ed è dannoso per l’ambiente. Quindi, un progetto bellissimo.
Il problema è che non tutto è oro ciò che luccica e – come al solito – il diavolo si annida nei dettagli. E in questo caso alcuni dettagli pesano come macigni.

Prima di tutto, l’annuncio cade in un momento particolare, con Facebook sotto scacco, e sembra essere più che altro un’operazione di abile maquillage legata alla web reputation al momento non proprio luccicante del più grande social network. Peraltro, che fosse vicino questo passaggio verso un alter ego digitale iperconnesso era già palese quando, solo poco più di un mese fa, sono entrati sul mercato i mirabolanti occhiali Ray-ban. Questi senz’altro saranno uno degli strumenti principali di integrazione con il metamondo che andrà oltre Facebook (che comunque come denominazione sul mercato per adesso rimane).

Già al momento del lancio sul mercato di queste nuove lenti è stato evidente il pericolo che si trattasse solo di un modo per farci fare un altro passo in più nella cessione sconsiderata dei nostri dati. E già allora le preoccupazioni espresse dal Garante mi sono sembrate assolutamente legittime e da prendere in grande considerazione.

E nel metaprogetto di Zuckerberg non possono non apparire evidenti i rischi potenziali di una profilazione di massa ancora più strisciante e pervasiva rispetto a ciò che già subiamo attualmente, perché condizionata da automatismi che porteranno a regalare una mole di propri dati personali da parte di chi indosserà ogni strumento utile, a partire dagli occhiali, pur di connettersi con il nuovo mondo che ci regalerà i miracoli che il mondo reale non ci consente (finendo con l’acquisire dati non solo relativi a ciò che siamo, ma anche a ciò che vorremmo essere).

Del resto, già nella dimensione social, di cui è sempre più intrisa la nostra esistenza – ci piaccia o no – siamo in una prigione dorata. Gli OTT, come Facebook & C., hanno vissuto indisturbati lungo i binari di un web libero, ma hanno abusato di questa libertà loro concessa, creando spazi immensi dove si condividono ormai identità, dati personalissimi, si esprimono pensieri e si sviluppano affari e servizi pubblici. E questo spazio, per ciò che è diventato, a mio avviso, non può più essere lasciato alla comoda auto-regolamentazione dei big player (lasciandoli così ancora indisturbati a continuare “a fare affari” su di noi, cannibalizzando dati che ci riguardano). Questi enormi spazi su cui ormai sempre di più poggiamo le nostre esistenze andrebbero invece considerati per ciò che oggi sono, veri e propri continenti digitali dove si sviluppano nostre intere identità e, quindi, giuridicamente andrebbero regolamentati come servizi essenziali che incidono sistematicamente su diritti e libertà di noi cittadini (oltre che di interessi di imprese e PA).

Del resto, non possiamo più rimanere indifferenti di fronte ad algoritmi (peraltro non aperti) che ormai, dietro accurate e poco trasparenti profilazioni, decidono arbitrariamente di fare “pulizia” (vere e proprie epurazioni) di profili e post scomodi o che semplicemente non sono allineati al mainstream.

E il fatto che oggi Zuckerberg (e il suo potenzialmente enorme metamondo) ci chieda aiuto per autoregolamentarsi e ci chieda di agevolare un percorso di responsabilizzazione degli utenti in quello che continua a ritenere un suo spazio privato non può non assumere il sapore agro-dolce di una exscusatio non petita accusatio manifesta per tutto ciò che è già abbondantemente in atto ai danni di noi utenti.

L’unica speranza è che gli Stati nazionali (e quindi la politica) a livello internazionale si rendano conto del problema e regolamentino finalmente e con coraggio i confini normativi di un mondo che non è digitale, ma è più reale della nostra (piuttosto marginale ormai) realtà analogica.

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