Salari che prima del Covid non avevano ancora recuperato i livelli precedenti la crisi del 2008 e con la pandemia sono ulteriormente crollati, nonostante gli aiuti pubblici. Un recupero di occupazione che per l’80% è fatto di posti a termine, quindi precari, che sono oltre 3 milioni. Una concentrazione di occupati nelle qualifiche professionali più basse (e meno pagate) pari al 34% contro il 27,8% dell’Eurozona. Rispetto alle altre grandi economie europee, più ore lavorate e salari inferiori. Complice la quota di part time involontario più alta d’Europa, oltre il 66%. È il quadro del mercato del lavoro italiano disegnato dalla Fondazione Di Vittorio, istituto della Cgil per la ricerca e la formazione sindacale. I dati “nonostante la loro drammaticità, evidenziano la straordinaria azione svolta dalla contrattazione nazionale” per la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori e per i loro diritti, che “va rafforzata fino ad arrivare ad una legge sulla rappresentanza che metta fuori gioco i contratti pirata, rilanciano la vicesegretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, e la segretaria confederale Tania Scacchetti. Nessun accenno alla necessità del salario minimo, che come è noto non è particolarmente gradito al sindacato.

Nel 2020, con l’esplodere del virus, il salario medio di un dipendente a tempo pieno in Italia è diminuito del 5,8% rispetto al 2019, con una perdita in termini assoluti di 1.724 euro nell’anno: il calo più ampio nell’Ue (-1,2% in media) e nell’Eurozona (-1,6%). Il ricorso alla cassa integrazione e ai Fondi di solidarietà ha dimezzato la riduzione, che si è comunque attestata a 726 euro in meno (-2,4%). Contestualmente, l’occupazione ha registrato una flessione dell’1,7% contro il -1,3% dell’Eurozona, solo in parte contenuta dal blocco dei licenziamenti, visto che le imprese hanno comunque lasciato a casa i precari.

Tornando ai livelli salariali, prima della pandemia circa 5 milioni di persone in situazioni di discontinuità lavorativa (periodo di impiego che non arriva ai 12 mesi) avevano un salario effettivo non superiore ai 10mila euro lordi annui. Sempre nel 2019 il salario medio italiano “era inferiore di circa 9mila euro rispetto a quello francese e di oltre 12mila euro in meno in comparazione a quello tedesco“, ha ricordato il presidente della fondazione Fulvio Fammoni. “Per questo, ed è un primo punto di riflessione, lo slogan che spesso sentiamo “Tornare quanto prima al 2019” non basta né per i salari, né per l’occupazione”.

La qualità del lavoro è molto bassa: i precari sono circa 3 milioni e i part-time involontari 2,7 milioni. Per di più dl salario dei part-time italiani è percentualmente più basso rispetto alla remunerazione part-time nella media dell’eurozona di oltre il 10%. Si contano infine 2,3 milioni di disoccupati ufficiali, ma il numero effettivo secondo la Fondazione è di 4 milioni (con un tasso di disoccupazione “sostanziale” pari al 14,5% rispetto al 9,2% ufficiale) perché vanno calcolati anche i cosiddetti inattivi, cioè coloro che sarebbero disponibili a lavorare ma non cercano perché sono scoraggiati, bloccati per la cura di figli o anziani o sospesi in attesa di riprendere l’attività.

“Risulta evidente che il tema del lavoro riguarda la quantità di occupazione ma anche tanti aspetti della sua qualità“, ha sottolineato Fammoni, richiamando l’attenzione sulle modalità di utilizzo del Pnrr e dalle scelte della legge di Bilancio. “Se davvero si punta ad uno sviluppo duraturo il problema non può essere semplicemente l’utilizzo totale e tempestivo delle risorse a disposizione, ma come questa situazione straordinariamente favorevole per le quantità di risorse risolve o meno questi problemi strutturali”.

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