Per sciogliere in italiano la parola inglese è necessaria una lunga perifrasi. Perché definire lo “sportwashing” non è esattamente un compito semplice. Secondo Amnesty International si tratterebbe di un tentativo di “sfruttare lo sport per rendere moderna la propria immagine e far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani”. Altri preferiscono parlare di chirurgia estetica morale: rendere più gradevole la facciata esterna in modo da nascondere la fatiscenza che si nasconde internamente. Due definizioni che raccontano la stessa realtà, che spiegano un fenomeno lungo quasi quindici anni. Più o meno da quando aziende e magnati arabi hanno iniziato a entrare nel calcio del Vecchio Continente. Prima sotto forma di sponsor su una maglia, poi sovrapponendo i propri nomi agli stadi più moderni d’Europa. Ma niente spiega lo “sportwashing” meglio delle vicende che riguardano l’organizzazione dei Mondiali in Qatar del 2022.

L’opera di maquillage dell’emirato dell’Arabia orientale riemerge ciclicamente. E ogni volta riesce a sollevare nuove polemiche. L’ultima è arrivata ieri mattina, quando è stato reso noto che David Beckham, ex divinità pop di Manchester United e Real Madrid, sarà il nuovo “ambasciatore” della Coppa del Mondo di calcio. In più, sarà sua premura promuovere attivamente il turismo e la cultura del Qatar. In cambio di una cifra vicina ai 177 milioni di euro. Non una novità. Perché già dal 2009 l’emirato aveva chiesto ad alcuni dei calciatori di rilievo internazionale che avevano chiuso la carriera nella Qatar Stars League di supportare la propria candidatura a Paese ospitante. I primi ad accettare erano stati Ronald de Boer (che aveva giocato nell’Al-Rayyan e nell’Al-Shamal) e Gabriel Omar Batistuta (che aveva vestito la maglia dell’Al-Arabi). Qualche anno dopo era stato il turno di Xavi, che dell’Al-Sadd è stato prima giocatore e poi allenatore. E lo spagnolo si era calato talmente bene nella parte che nel 2019 aveva detto: “Non vivo in un Paese democratico, ma il Qatar funziona meglio della Spagna“.

Una frase che aveva preso tutti in contropiede. E che aveva sollevato più di una obiezione. Dani Mateo, un comico spagnolo che ha partecipato a diversi programmi andati in onda su “La Sexta”, aveva commentato quelle parole in un suo intervento in diretta: “Per Xavi una dittatura teocratica con un regime monarchico assolutista funziona meglio della democrazia spagnola. Beh, in Qatar le donne non possono viaggiare liberamente, la violenza domestica non è un reato e quando una donna sposata viene violentata e sporge denuncia può essere condannata per adulterio. Ma a parte questo piccolo dettaglio, Xavi ha ragione: il sistema qatariota funziona molto meglio di quello spagnolo”. Piccolo scherno su piccolo schermo. Anche perché quella battuta tagliente non voleva far ridere, ma sottolineare come il tema del mancato rispetto dei diritti umani in Qatar sia diventato piuttosto pressante negli ultimi dieci anni. Per questo la scelta di Beckham di prestare il proprio volto all’emirato è sembrata inopportuna e volgare. Soprattutto perché è arrivata a fronte di una montagna di quattrini. Le associazioni per la tutela dei diritti umani sono inorridite. Qualche ONG britannica ha accusato lo Spice Boy di aver “venduto l’anima”. E di averlo fatto per “pura avidità“.

D’altra parte la rimozione chirurgica del peccato originale qatariota è un’operazione impossibile. Qualche mese fa il Guardian ha pubblicato un’inchiesta drammatica. Dal dicembre 2010, ossia da quando il Paese ha ottenuto l’assegnazione dei Mondiali, sono morti più di 6500 lavoratori immigrati da Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. La contabilità è oscena. Perché i decessi sono più di 12 a settimana, poco meno di due al giorno. Cifre che sono un pugno allo stomaco. Ma che rappresentano chiaramente quel problema che Amnesty International denuncia da parecchio tempo. Nel marzo del 2015 l’Ong ha intervistato oltre 230 stranieri impiegati nella costruzione dello stadio Khalifa, che ospiterà una delle semifinali del torneo. Alcuni di loro erano impiegati nella ristrutturazione dell’impianto, altri nella manutenzione degli spazi vedi intorno al complesso Aspire, ossia l’Accademia/laboratorio dove vengono coltivati i talenti che dovranno tenere alto il nome della Nazione nel torneo casalingo.

Eppure tutti hanno raccontato le stesse cose. Vivevano in alloggi squallidi e sovraffollati e dopo aver protestato per le condizioni di lavoro erano stati minacciati. E questa era la parte meno preoccupante del loro racconto. In molti, infatti, erano finiti in una spirale perversa. Per ottenere il lavoro in Qatar avevano versato ai reclutatori cifre che variavano fra i 500 e 4300 dollari. E spesso per mettere insieme tutti quei soldi avevano dovuto ricorrere a qualche prestito dal tasso esoso. Solo che una volta arrivati nell’emirato, avevano scoperto che il loro salario era molto inferiore rispetto a quanto promesso. Oppure, molto semplicemente, non venivano pagati per mesi. Il cortocircuito era chiaro. Nel 2014 il Comitato organizzatore dei Mondiali, che poi è anche responsabile della costruzione degli stadi, aveva dato vita a delle “Linee guida per il benessere dei lavoratori”. In pratica chiedevano alle imprese che costruivano stadi e infrastrutture di adottare per i lavoratori degli standard che erano addirittura superiori a quelli previsti dalle leggi locali. Il problema, quindi, non erano solo le riforme. Ma anche la loro concreta applicazione.

L’altro grande scoglio hanno dovuto affrontare i lavoratori stranieri che arrivavano in Qatar si chiama “kefala”. È un sistema che spesso viene tradotto con il termine “sponsor” e produce un totale assoggettamento del dipendente. Sostanzialmente per cinque anni il lavoratore straniero non può cambiare occupazione o lasciare il Paese senza il permesso del datore di lavoro. In caso di violazione della regola lo straniero perde lo status di lavoratore per acquisire quello di clandestino. Il che significa correre il rischio di venire arrestati e/o espulsi. Nel 2018 c’è stato un piccolo passo avanti grazie a una riforma inserita in un Progetto triennale di cooperazione tecnica concordato fra il Qatar e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. La legge emanata dall’emiro, infatti, ha sottratto ai datori di lavoro la possibilità di negare ai dipendenti il diritto di uscire dal Paese. Eppure alcuni datori di lavoro hanno continuato a trattenere il passaporto dei propri dipendenti. Per i lavoratori stranieri, che rappresentano il 90% della popolazione qatariota, è diventato difficile anche riscuotere i propri compensi. I casi di morosità da parte delle aziende si sono moltiplicati. Il primo risale al 2017 e riguarda la Mercury Mena, una società piuttosto vicina agli organizzatori del Mondiale. Piccolo dettaglio: nel dicembre 2010, per sostenere la candidatura del Qatar, ha realizzato un suggestivo stadio-vetrina che doveva attrarre l’interesse della Fifa. E visto il successo, la ditta ha continuato a lavorare in tutti i progetti più ambiziosi legati ai Mondiali. Proprio come Lusail City, l’avveniristica città che ospiterà la gara d’esordio e la finale della competizione. Tutto molto bello. Se non fosse per un piccolo dettaglio. L’azienda non ha versato migliaia di dollari destinati a stipendi e pensioni. Praticamente per sei mesi i lavoratori si sono trovati in uno Stato straniero senza senza un soldo in tasca. E quindi senza possibilità di ripagare i prestiti che avevano contratto per pagare i reclutatori.

Amnesty International ha intervistato 78 lavoratori ex dipendenti in credito con la Mercury Mena provenienti da India, Nepal e Filippine. E anche qui le testimonianze sono state avvilenti: “In Nepal, dove due terzi della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, Amnesty ha incontrato 34 persone cui la Mercury deve versare, in media, 2035 dollari a testa”. Più o meno lo stesso problema che si è avuto con la Qatar Meta Coats, società che aveva avuto in subappalto i lavoro per la facciata dello stadio di Al Bayat (il cui valore sfiorava gli 800 milioni di euro). Cento dipendenti hanno dichiarato di aver lavorato per sette mesi senza ricevere lo stipendio. E proprio come i lavoratori della Mercury Mena, anche quelli della QMC si sono ritrovati con permessi di lavoro scaduti perché le società non hanno voluto rinnovarli. Le cose sono peggiorate ulteriormente durante la pandemia. L’area industriale di Doha è diventata una vera e propria bomba sanitaria. I dormitori della capitale erano sovraffollati, senza una “adeguata” fornitura di acqua, luce e servizi igienico sanitari. Mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro era praticamente impossibile. Così sono diventati terreno fertile per la diffusione del Covid-19. E sono stati isolati. Secondo Amnesty International, poi, fra il 12 e il 13 marzo centinaia di migranti nepalesi sono stati radunati e poi trasportati nei centri di detenzione. All’inizio erano stati rassicurati: era una misura necessaria per sottoporli a un tampone di massa e poi riportarli nei dormitori. Invece sono stati espulsi dal Paese. A seguito delle proteste della Ong, il Governo del Qatar ha risposto che durante una ispezione nell’area industriale erano state scoperte “Persone coinvolte in attività illecite e illegali, come la produzione e la vendita di sostanze proibite e la cessione di cibi pericolosi che avrebbero potuto causare gravi danni alla salute”. Nei verbali di espulsione, tuttavia, non era stata specificata nessuna attività illecita.

Negli ultimi anni il Qatar ha fatto dei piccoli passi avanti nella tutela dei diritti dei lavoratori stranieri. Il 30 agosto del 2020 sono stati emanati due provvedimenti importanti. Il primo sopprime il “certificato di non obiezione del datore di lavoro”. Per cambiare impiego, quindi, i lavoratori non dovranno più ottenere il nulla osta dei loro “padroni”. L’altro introduce un salario minimo, fissato a 1000 rial (al cambio 230 euro) al mese, più 300 rial per gli alimenti e 500 per l’affitto di un alloggio. Solo che la strada è ancora molto lunga. I datori di lavoro possono ancora denunciare per “clandestinità” i lavoratori migranti e possono ancora gestire direttamente i permessi di residenza, attraverso il loro rinnovo o il loro annullamento. In più le riforme non si applicano ai lavoratori domestici migranti, che sarebbero 173mila. Amnesty International ha intervistato 105 donne che prestano servizio presso le case qatariote. E molte hanno raccontato di aver subito comportamenti che oscillano dalla sgradevolezza al reato. L’85% del campione ha detto di lavorare regolarmente più di 14 ore al giorno (la legge ha fissato a 10 ore il limite massimo), sette giorni su sette. Nell’82% dei casi il datore di lavoro aveva confiscato il passaporto dei propri dipendenti. Il 38% ha dichiarato di essere state insultate e schiaffeggiate. O di aver ricevuto sputi. Mentre una donna ha dichiarato di essere stata tratta “come un cane”. Il 3.5%, invece, ha raccontato di aver subito palpeggiamenti o addirittura stupri e di non aver denunciato l’accaduto per paura di ripercussione da parte dei propri datori di lavoro.

A controbilanciare i passetti in avanti fatti sulla tutela dei lavoratori ci ha pensato un ulteriore giro di vite sulla libertà di espressione. Il codice penale locale è stato emendato a inizio 2020 con l’inserimento dell’articolo 136bis che prevede una pena detentiva fino a cinque anni (con una sanzione annessa di 25mila euro) per “chiunque diffonda, pubblichi, o ripubblichi voci non confermate, dichiarazioni, notizie false o faziose, propaganda provocatoria, a livello nazionale o all’estero, con l’intenzione di danneggiare l’interesse nazionale, infiammare l’opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello Stato”. Non che prima la libertà di espressione fosse poi tutelata. Nel 2010 il poeta qatariota Mohammed al-Ajami recitò una poesia piuttosto critica nei confronti dell’emiro nel suo appartamento in Egitto, davanti a qualche ospite. Solo che uno dei presenti filmò l’esibizione e la postò su internet. Un anno dopo al-Ajami fu arrestato in Qatar e condannato all’ergastolo per aver “incitato al rovesciamento del governo nazionale” e “aver insultato” lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani e suo figlio. Dopo cinque anni di detenzione, il poeta è riuscito a ottenere la grazie ed è stato rilasciato. La domanda rimbalza ormai da diverse ore. È possibile girarsi dall’altra parte e diventare testimonial di un Mondiale costruito sul sangue e sulle sofferenze, biglietto da visita di uno Stato che calpesta i diritti essenziali dei suoi cittadini (e non solo)? Il problema è che la risposta non può che essere legata alla morale soggettiva. E qualcuno deve aver trovato milioni di motivi per dire di sì.

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