L’esultanza è tutto sommato composta. L’uomo in maglia rossa fa un saltello sul posto, flette l’avambraccio verso il petto, trotterella in direzione della sua metà campo. Avanza senza fretta, mentre per un attimo le sue labbra vengono increspate da un sorriso. Tutto qui. È una gioia compressa, arrotondata per difetto. Eppure Abdelkarim Hassan si è appena esibito in una piccola magia. Si è sollevato in aria e ha picchiato forte con la fronte contro il pallone. È successo tutto in una frazione di secondo. Ha anticipato Nelson Semedo. E ha trasformato un calcio d’angolo battuto da destra in un gol. Un difensore che brucia sul tempo un altro difensore. Una situazione che sui campi di calcio si ripete fino allo sfinimento. Eppure stavolta la faccenda è molto diversa. Perché quella rete genera sentimenti contrastanti. Il suo peso è variabile. Anche se è stata segnata contro il Portogallo (che alla fine riuscirà a imporsi per 3-1). Per qualcuno è leggerissima, visto che è stata realizzata durante un’amichevole. Per altri invece è più pesante del piombo. Perché racconta quanto sia cresciuta negli ultimi anni la Nazionale del Qatar.

Il percorso è stato netto. Da zimbello a piccola (e ancora incerta) realtà internazionale. D’altra parte i numeri parlano chiaro. Nel 2018 i “Marroni” occupavano il 93° posto nel ranking Fifa. Ora si sono arrampicati fino alla 42sima posizione. Un balzo in avanti impressionante. Soprattutto perché completato in un intervallo temporale così breve. Ma c’è un altro dato che fotografa alla perfezione la dimensione calcistica del piccolo emirato. L’intera rosa del Qatar ha un valore che oscilla intorno ai 20 milioni di euro (dati transfermarkt.it). La Norvegia, che è appena un gradino più in basso in classifica, di 271 milioni. Per trovare una Nazionale con un valore più basso bisogna scendere di ben 21 posizioni, dove il valore complessivo dei calciatori convocati dall’Honduras non arriva neanche a quota 10 milioni di euro. Più o meno come il Cittadella. Per qualsiasi altra squadra si sarebbe utilizzata la parola “fiaba”, si sarebbe scomodato il termine “miracolo”. Solo che i progressi della Nazionale del Qatar rappresentano l’eccezione alla regola. Perché non possono essere misurati con la retorica, ma con il tasso di rendimento degli investimenti economici che li hanno generati.

Difficile parlare di sogno quando per realizzarlo sono stati spesi un mucchio di quattrini. Negli ultimi tre anni il Qatar è entrato nella sua età dell’oro calcistica. Un principio che va preso in maniera più relativa che assoluta. Il punto più alto della sua parabola è stato toccato nel febbraio del 2019, quando la squadra allenata dallo spagnolo Félix Sánchez Bas ha conquistato la Coppa d’Asia. Un percorso netto, fatto solo di vittorie, con 17 gol messi a referto in 7 partite e appena uno subito, in finale, contro un Giappone che qualche mese prima era arrivato agli ottavi del Mondiale russo. L’exploit è valso al Qatar l’invito a partecipare alla Copa América dello stesso anno, dove è stato inserito nel Grupo B, insieme a Paraguay, Colombia e Argentina. “Per noi si tratta di una grande opportunità”, aveva commentato il presidente della Federcalcio locale Hamad Bin Khalifa Bin Ahmed Al-Thani. Una frase solo apparentemente di circostanza. Perché sottintendeva una verità: soltanto giocando contro squadre più forti il Qatar poteva provare ad alzare il proprio livello di gioco. Alla fine il tanto temuto bagno di sangue non è arrivato. In tre partite i Marroni hanno raccolto un punto, contro il Paraguay, e ha perso dignitosamente contro Colombia (1-0) e Argentina (2-0). Passi avanti notevoli, ma comunque non sufficienti a mettere al riparo la selezione dell’emirato da possibili figuracce durante il Mondiale casalingo.

Il 2021 doveva essere l’anno delle grandi risposte. In estate il Qatar è stato invitato a partecipare alla Gold Cup, il torneo del Nord America e del Centro America. E i ragazzi di Félix Sánchez Bas non hanno sfigurato. Prima hanno vinto il proprio girone (con Honduras, Panama e Grenada), poi hanno eliminato El Salvador ai quarti prima di arrendersi agli Stati Uniti in semifinale. Ma solo ai tempi supplementari. La modestia degli avversari non permette voli pindarici, anche se i risultati ottenuti negli ultimi anni descrivono il Qatar come una squadra capace di battere le nazionali più piccole ma allo stesso tempo di non prendere imbarcate con le grandi. Il banco di prova più importante, però, si sta svolgendo in queste settimane. Grazie anche alla mano che è stata tesa dalla Uefa. Il Qatar già qualificato per i Mondiali casalinghi è stato invitato a partecipare alle qualificazioni per i Mondiali. Un controsenso. O forse no. I Marroni sono stati inseriti nel Gruppo A insieme a Portogallo, Serbia, Repubblica di Irlanda, Lussemburgo e Azerbaigian. Più un allenamento che una sfida all’ultimo respiro, visto che comunque le partite dell’emirato sono considerate semplici amichevoli e che i suoi risultati non incideranno sulla classifica finale. L’idea è quella di fornire una serie di match che possano testare l’effettiva tenuta dei qatarioti contro squadre di livello più alto. E le risposte sono state piuttosto interessanti.

Dopo sei partite il Qatar è terzo nel girone virtuale con 8 punti, frutto delle vittorie su Lussemburgo e Azerbaigian, e dei pareggi ottenuti con Repubblica di Irlanda e ancora Lussemburgo (la sfida di “ritorno” si è giocata martedì sera ed è terminata 1-1). Contro le prime due della classe, invece, sono arrivate altrettante sconfitte. Più netta quella contro la Serbia (4-0), più sfortunata quella contro il Portogallo di sabato scorso (3-1, ma con l’attaccante Almoez Ali che ha centrato un palo in avvio di partita). Nonostante i timidi segnali positivi, è ancora difficile capire quali possano essere i reali obiettivi del Qatar nei prossimi Mondiali. I più ottimisti parlano di passaggio agli ottavi di finale. I più realisti si accontenterebbero del generico concetto di “bella figura”. L’unica sicurezza è che le ambizioni tecniche non potranno mai sovrapporsi a quelle politiche. Le pressioni sono altissime. Perché uno dei Paesi più ricchi del pianeta è ancora convinto di poter conquistare una propria credibilità a livello globale grazie al calcio. Un progetto molto più complesso di quanto non si possa pensare. Perché si tratta di creare un movimento credibile da zero. E di farlo in pochissimo tempo. Solo sei anni fa Zico, che aveva allenato l’Al-Gharafa Sports Club, aveva dichiarato: “Con tutto il rispetto che si deve al Qatar come Paese che vuole crescere, non si può giocare la Coppa del Mondo in una Nazione dove il calcio non esiste”. E ancora: “Ho lavorato lì e non hanno neanche mille persone che vanno a vedere le partite. Anzi, ci sono dei match in cui neanche i familiari dei giocatori vanno allo stadio”.

Il problema è che non si tratta di un’esagerazione. Nello stesso periodo alcuni giornalisti del Guardian hanno realizzato un reportage sullo stato del pallone in Qatar. E hanno raccontato di essere stati incuriositi da un ragazzo keniota vestito con i tradizionali abiti locali. Era stato pagato l’equivalente di 5 sterline per vestirsi da qatariota, sedersi su un seggiolino vuoto e cantare cori calcistici in arabo (una pratica che non sarebbe portata avanti dalla Federcalcio, ma dai singoli club in modo da creare una certa atmosfera). Quando la famiglia Al Thani ha iniziato a trasformare in realtà il sogno del Mondiale in casa propria, ha dovuto fare i conti con un problema preliminare. A quanti qatarioti interessava davvero il calcio? E, soprattutto, in quanti erano interessati a giocarci? Le cifre non potevano essere che residuali. Prima dell’assegnazione della Coppa del Mondo il Paese contava su una popolazione di circa 800mila abitanti, che si è triplicata grazie all’afflusso di manodopera straniera chiamata a realizzare quella rete di infrastrutture da 200 miliardi di dollari che avrebbe reso possibile la manifestazione (per l’organizzazione delle Olimpiadi del 2012, Londra ha speso 9.3 miliardi di sterline). Allora i calciatori tesserati dalle società locali erano circa 7mila. Una miseria. Soprattutto se paragonati con i tre milioni della Spagna e i sei milioni della Germania. C’era un solo modo per far crescere il movimento calcistico locale: aprire il portafogli.

“Il Qatar non ha comprato la Coppa d’Asia, così come non lo ha fatto con il terzo posto nella Coppa d’Asia under-23 in Cina o con la qualificazione al Mondiale under-20 in Polonia – ha scritto Alec Cordolcini in un articolo di qualche mese fa su QuattroTreTre.it – Ha comprato tutto quanto serve per potere realizzare il proprio sogno calcistico (Football Dream è il nome del progetto coniato a Doha che nel 2005 ha messo in moto tutto): infrastrutture, know-how tecnico, società calcistiche, sponsor“. E non solo. I network qatarioti che trasmettono calcio a livello internazionale hanno assunto anche ex giornalisti licenziati dalle emittenti britanniche. Ma alla base del progetto dell’emiro c’è una realtà molto particolare. Si chiama Aspire Academy ed è stata creata dal niente nel 2004. Un po’ Hogwarts, un po’ scuola di Amici, questa realtà tirata su vicino Doha vuole essere una vera fabbrica del talento. E per la sua creazione si è deciso di attingere al know-how occidentale. Così alla Global Sport Marketing dell’ex presidente del Barcellona Sandro Rosell è stato affidato il settore commerciale (con la collaborazione della Nike), mentre all’ex scout del Barça Josep Colomer, l’uomo che ha portato in Catalogna Leo Messi, e all’ex membro del Comitato Olimpico tedesco Andreas Bleicher è stato demandato il settore tecnico e organizzativo. Fin da subito la parola d’ordine della Aspire è stata “setaccio“.

Perché tutto si basa sull’occhio attento degli scout, che si sono mossi su due linee parallele. Prima hanno visitato ogni scuola elementare presente in Qatar. L’obiettivo era trovare i ragazzi più talentuosi che avessero compiuto almeno 6 anni e inserirli in un database, specificando il loro livello di abilità. Poi sono stati selezionati 400 ragazzi di 11 anni da inserire nelle squadre pre-Academy. Accanto a questa corsa a eventuali pepite d’oro locali, la Aspire ha portato avanti un’altra frenetica attività. Fra il 2007 e il 2009 i suoi scout hanno visionato 4 milioni di ragazzi provenienti dall’Africa. Il superpremio finale era di quelli che cambiano la vita. I migliori avevano un posto assicurato all’interno dell’Academy (che nel 2008 aveva aperto una sede anche a Dakar). Significa trasferirsi in un centro hi-tech con la possibilità di studiare e di allenarsi con tecnici qualificati. Un sogno. Anche se le giornate all’intero della scuola possono essere piuttosto pesanti. Sveglia alle 6.30, colazione alle 7, lezione di arabo alle 7.30, palestra alle 10.15, pranzo alle 12.15. Seguono relax in biblioteca, altre ore di studio, altri allenamenti, altro svago. Fino alle 22.30, quando le luci vengono spente e tutti devono andare necessariamente a dormire. Tutto così perfetto da sembrare quasi plastificato. “La cultura cospira contro l’impegno dei giocatori – ha raccontato qualche anno fa un allenatore dell’Aspire al Guardian – la voglia di andare avanti, di venire ad allenarsi, l’impegno dei giocatori non è lo stesso. A casa hanno tutto. Fanno schioccare le dita ed ecco qua”. Alla guida dell’accademia, il cui motto è “Aspira oggi. Ispira domani”, c’è Ivan Bravo, una figura che fino al 2010 è stata “director of strategy” al Real Madrid e che ora deve fare i conti con situazioni molto particolari. I migliori calciatori qatarioti, infatti, hanno ingaggi fuori mercato, soprattutto se paragonati a quelli dei colleghi europei, dove a decidere il compenso medio è anche la competitività del sistema.

Secondo quanto riportato dal Guardian, invece, i migliori giovani del Qatar venivano attirati dai club locali grazie a bonus considerevoli che andavano ad aggiungersi a stipendi che, per un ragazzo di 21 anni, potevano arrivare anche a 800mila dollari l’anno. Un sistema che, secondo Bravo, rischiava di “togliere la fame di successo” ai calciatori. Da anni in Qatar insistono sulla dimensione salvifica del progetto e sulla sua capacità di migliorare le vite dei ragazzi che frequentano l’accademia. E da anni i maliziosi sottolineano come in verità la Aspire sia un primo passo per la naturalizzazione dei migliori giocatori provenienti dall’estero. Per essere convocabili per la Nazionale, infatti, bastano 5 anni di residenza in Qatar. Due affermazioni che non lasciano in equilibrio i piatti della bilancia. Per capirne il motivo basta dare uno sguardo alla formazione che ha giocato sabato scorso contro il Portogallo. Almoez Ali, una delle stelle della squadra nonché miglior giocatore e capocannoniere della Coppa d’Asia 2019, è un prodotto dell’Aspire Academy. Piccolo dettaglio: è nato in Khartum, in Sudan, ed è stato naturalizzato. Otto degli uomini di Félix Sánchez Bas, per anni allenatore del Barça B, hanno il doppio passaporto: quattro quinti della difesa, i due centrocampisti centrali, e i due attaccanti. E lo stesso discorso vale per la panchina, dove i calciatori che di qatariota hanno solo il passaporto sono 5. I petrodollari, però, non sono riusciti ad aumentare l’appeal del campionato locale, che è rimasto un torneo avvolto dall’oblio. Anche se undici allenatori su dodici sono stranieri. Anche se tutti i calciatori della Nazionale giocano in patria. Un dettaglio molto meno banale di quanto si possa pensare. Perché i fondi del Qatar hanno acquistato tre club per permettere ai migliori calciatori della Aspire di fare esperienza all’estero: Eupen (acquistato quando militava in seconda divisione belga), e il LASK Linz (massima serie austriaca). Nessuno dei tre club ha però in rosa un calciatore del Qatar per questa stagione. Un dato che lascia spazio a molte considerazioni. Anche se per esprimere un giudizio sul sogno Mondiale del Qatar bisogna aspettare ancora poco più di un anno.

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