Sono almeno 62 le vittime e 68 i feriti delle tre esplosioni provocate da attentatori kamikaze, secondo quanto riportato da fonti talebane, che hanno colpito la moschea sciita Bibi Fatima di Kandahar, in Afghanistan. Un numero che, vista la massiccia presenza di fedeli alla preghiera del venerdì, sembra destinato ad aumentare. L’attentato – che segue a una settimana di distanza quello di Kunduz, nel nord del Paese – non è stato ancora rivendicato, ma anche questo sembra opera del ramo afghano dello Stato Islamico, l’Isis Khorasan. Il gruppo estremista, rivale dei talebani al potere, considera infatti musulmani sciiti apostati da uccidere.

“Siamo rattristati nell’apprendere che è avvenuta un’esplosione in una moschea della confraternita sciita nel primo distretto della città di Kandahar – ha twittato il portavoce del ministero dell’Interno del neonato Emirato Islamico, Qari Sayed Khosti – Alcuni nostri connazionali sono stati martirizzati e feriti”. Le forze speciali talebane sono arrivate sul posto “per determinare la natura dell’incidente e assicurare i colpevoli alla giustizia”, ha aggiunto. Le esplosioni sono state tre – han detto un testimone oculare all’agenzia Afp – una alla porta principale della moschea, un’altra in una zona meridionale e una terza nella zona delle abluzioni. Gli ospedali locali sono pieni di feriti e le fotografie pubblicate dai giornalisti sui social media dei corpi sul pavimento insanguinato della moschea Bibi Fatima (o Imam Bargah) sono drammatiche.

La minoranza sciita costituisce circa il 15 – 20% della popolazione afghana. Prima dell’attentato di una settimana fa a Kinduz, in cui erano state uccise 100 persone, le Bandiere nere avevano fatto saltare un’autobomba nella moschea Eid Gah a Kabul il 3 ottobre. Quello di oggi sembra l’ennesima sfida di Isis alla leadership talebana – considerata eretica e rivale ideologica anche prima della riconquista del potere -, per fomentare la violenza, destabilizzare un regime già fragile e dare il via a una guerra civile nel Paese a maggioranza sunnita. Nelle scorse settimane, Kabul ha risposto agli attacchi con numerosi blitz nei covi dei miliziani, soprattutto al confine con il Pakistan, nella zona del Nangarhar, roccaforte dei fedeli al Califfato.

Non è però solo una questione di ordine pubblico o di consolidamento del potere, Kabul ha investito sulla repressione dello Stato Islamico gran parte della sua credibilità nazionale e internazionale. Anche perché dal ritiro delle truppe statunitensi il Paese versa in una grave crisi economica e umanitaria. Circa 18 milioni di cittadini sono in condizioni di fame e povertà – secondo la Federazione internazionale delle società della Croce rossa e della Mezzaluna rossa (IFRC) – a causa della siccità, della pandemia e della mancanza di denaro dovuta alle conseguenze del recente conflitto. Proprio Washington, nei colloqui di Doha dello scorso lunedì, aveva promesso aiuti consistenti, insistendo però sulla necessità di arginare la minaccia delle organizzazioni terroristiche ai confini afghani. I Talebani avevano chiuso la porta a ogni collaborazione e avevano chiesto alla delegazione Usa di non interferire, ritenendosi in grado di gestire sia al-Qaeda che l’Isis.

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