Mentre i diretti interessati respingono le accuse e i governi internazionali promettono indagini approfondite, spuntano altri nomi illustri nell’inchiesta ribattezzata Pandora Papers sui tesori offshore di centinaia di politici e vip. Insieme ai nomi di Tony Blair, di re Abdallah di Giordania, del premier ceco Andrej Babiš e di decine di altri personaggi famosi della politica, dell’imprenditoria e dello spettacolo, spuntano anche quelli del nuovo primo ministro libanese Najib Miqati, del suo predecessore Hassan Diab, del governatore della Banca Centrale, Riad Salame, dell’ex ministro e presidente di una delle più influenti banche libanesi, Marwan Kheireddine.

Queste e altre personalità libanesi sono al centro delle dinamiche politiche e finanziarie del Paese e dell’area mediorientale degli ultimi decenni e sono fortemente contestati in patria e all’estero con accuse di corruzione e illeciti fiscali. Secondo l’inchiesta, Miqati, Diab, Salame e Khaireddine hanno tutti, a diversi livelli, fatto ricorso ai paradisi fiscali per nascondere loro fortune accumulate negli anni. Daraj, media partner libanese del Consorzio, riferisce che il Libano, con 346 entità finanziarie, è in cima alla classifica dei Paesi a cui appartengono società offshore create con la società Trident Trust, da cui sono trapelati circa tre milioni di documenti.

Inoltre, compaiono anche i nomi delle società estere che sono finite al centro delle indagini del fisco spagnolo su Carlo Ancelotti. L’allenatore del Real Madrid non ha risposto alle domande inviate dall’Espresso, da El Pais e dal consorzio Icij. Sempre nell’ambito calcistico, il quotidiano spagnolo fa anche il nome di Pep Guardiola. L’allenatore aveva aperto un conto nel principato di Andorra senza segnalarlo al fisco spagnolo, regolarizzato poi nel 2012 grazie ad un condono fiscale deciso dall’allora primo ministro Mariano Rajoy.

Intanto, però, le personalità coinvolte respingono le accuse. Tra i primi a farlo c’è il premier di Praga, il miliardario Andrej Babis, che ha affermato di non aver fatto “niente di illegale” e che si tratta solo di un tentativo di screditarlo in vista delle elezioni dell’8 e 9 ottobre. “Non ho mai fatto nulla di illegale o sbagliato, ma ciò non impedisce loro di provare a denigrarmi di nuovo e a influenzare le elezioni parlamentari ceche”, ha scritto su Twitter. In base a quanto emerso, Babis non ha dichiarato una società di investimento offshore, fondata nelle Isole Vergini britanniche nel 2009, utilizzata per acquistare due lussuose ville per 15 milioni di euro nel sud della Francia e anche per prestare denaro ad altre società fittizie di sua proprietà negli Stati Uniti e a Monaco.

Anche dai canali dell’ex primo ministro britannico Tony Blair si smentisce l’acquisto di un palazzo che ospita degli uffici a Londra: “Il Guardian continua a distorcere deliberatamente l’acquisto della sede degli uffici di Cherie Blair. Hanno sempre pagato pienamente tutte le tasse e non hanno mai usato schemi di evasione offshore di qualsiasi tipo”, si legge in un tweet del Tony Blair Institute. Secondo le rivelazioni pubblicate dal quotidiano, l’ex premier laburista e la moglie hanno risparmiato migliaia di sterline di tasse comprando l’immobile a Londra tramite una compagnia offshore, parzialmente di proprietà di un importante ministro del Bahrein. A quanto si legge, i Blair hanno acquistato nel 2017 un edificio dal valore di 6,5 milioni di sterline acquisendo una compagnia sulle isole Vergini britanniche, controllata dalla famiglia di Zayed bin Rashid Alzayani, attuale ministro per l’Industria, il Commercio e il Turismo del Paese del Golfo.

Ma quello dei Blair non è l’unico caso che ha coinvolto la Gran Bretagna. Dall’inchiesta è emerso che Mohammed Amersi, donatore della campagna elettorale di Boris Johnson, era rimasto coinvolto in uno dei maggiori scandali di corruzione in Europa. “Ho visto oggi la notizia – ha detto il premier – Ma tutto ciò che posso dire in proposito è che tutte queste donazioni vengono controllate normalmente in linea con le norme stabilite da un governo laburista. Quindi le esaminiamo sempre”.

Un altro nome pesante tra quelli emersi dall’inchiesta congiunta è quello di re Abdallah di Giordania. La Casa Reale ha respinto le accuse del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij) definendole “inaccurate, distorte e che esagerano i fatti. Non è un segreto che sua Maestà Abdallah II possieda una serie di appartamenti e di residenze negli Usa e in Gran Bretagna. Questo non è né inusuale né improprio”, si legge in una nota. “Non sono state pubblicizzate per motivi di sicurezza e di privacy. Non è stato per segretezza né per tentare di nascondere le cose, come sostenuto in quelle informazioni”, si aggiunge in riferimento alle notizie che hanno attribuito a re Abdallah la proprietà di 14 abitazioni negli Usa e in Gran Bretagna per un valore di oltre 100 milioni di dollari.

Anche da parte del presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, è arrivata la smentita: “Rispondo alle disposizioni di legge, tutto il mio reddito è stato dichiarato e ho pagato le tasse corrispondenti in Ecuador. Sempre con trasparenza ed apertura davanti al popolo ecuadoriano”, ha scritto su Twitter. Così come fatto dal presidente cipriota Nikos Anastasiadis che ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle accuse mosse dai Pandora Papers e che citano lo studio legale da lui fondato. Secondo l’accusa, lo studio nasconderebbe i beni di un ex senatore russo, Leonid Lebedev. “Non ne sono a conoscenza e lo ritengo impossibile”, ha detto Anastasiadis.

La Casa Bianca, nel frattempo, promette guerra all’evasione fiscale da parte dei super-ricchi e ha fatto sapere che “l’agenda Build Back Better del presidente Joe Biden reprimerà i regimi fiscali iniqui. È tempo di trattare con gli americani laboriosi e di garantire che i super-ricchi paghino la loro giusta quota” di tasse, si legge in un tweet. L’agenda elaborata da Biden offrirà “alla classe media un taglio delle tasse e garantirà costi inferiori per l’assistenza all’infanzia, l’assistenza sanitaria e altro per le famiglie che lavorano”. Ma ad attaccare Washington ci pensa il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo cui “l’unica cosa che effettivamente cattura l’attenzione è la dimostrazione di quale Stato sia la più grande voragine fiscale e offshore del mondo. E, naturalmente, sono gli Stati Uniti“.

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