Un’azienda europea su 100 ha soci provenienti da Paesi a rischio, cioè “inclusi in una blacklist o grey list in ambito antiriciclaggio e cooperazione fiscale“. Ma per qualcuno la quota sale notevolmente: per esempio in Lussemburgo (8,7%), Cipro (8,5%), Malta (5,1%). Valori più alti della media si riscontrano anche in regioni specifiche: a Londra e in certe aree del Belgio e dei Paesi Bassi. L’Italia si posiziona 25esima su 29 Paesi analizzati, con lo 0,26% di imprese collegabili a Paesi a rischio.

Sono alcuni risultati contenuti nel report finale del progetto Datacros (Developing A Tool to Assess Corruption Risk factors in firms’ Ownership Structure), co-finanziato dall’Internal Security Fund–Police dell’Unione Europea e coordinato dal centro di ricerca Transcrime dell’Università Cattolica di Milano diretto da Ernesto Savona, con la partecipazione dell’Autorità Anticorruzione francese (Agence Française Anticorruption), della Polizia Spagnola (Cuerpo Nacional de la Policia) e dei giornalisti investigativi appartenenti al consorzio Irpi.

A rendere difficile l’individuazione della proprietà reale, con i conseguenti rischi che le aziende siano veicoli di attività illecite e riciclaggio, c’è la questione delle “scatole cinesi“, queste sì tipiche anche del nostro Paese. Vale a dire aziende con una struttura proprietaria complessa che rende difficile l’identificazione del titolare effettivo. Un esempio citato nel report è un’impresa di costruzioni in Romania controllata attraverso 28 livelli intermedi di azionariato.

E a casa nostra molte scatole cinesi vengono scoperte nelle indagini per mafia: l’operazione “Comune accordo” del 2018 sugli appalti del Comune di Corigliano Calabro accertò che i bandi erano spartiti fra 5o aziende formalmente indipendenti, ma in realtà controllate dallo stesso soggetto. L’inchiesta Security del 2016-2017 sull’infiltrazione in commesse per logistica e sicurezza in aziende del catanese e del Piemonte da parte di un clan di Cosa nostra, con emissione di fatture false ed evasione dell’Iva, dovette districare una complessa catena societaria di una trentina di sigle che i presunti mafiosi modificavano in continuazione, chiudendo le società che avevano accumulato debiti fiscali oltre una certa soglia e aprendone subito altre “vergini”

L’1,2% delle imprese europee, segnala ancora lo studio di Transcrime, è controllato “da un trust, una fiduciaria o una fondazione che non consente di identificare il soggetto a capo dell’impresa stessa”. E qui i valori anommali si fanno ancora più evidenti in Paesi Bassi (25,6%), Lussemburgo (8,7%) e Austria (7,2%), gli Stati che svettano in classifica. I record di aziende con complessità anomala, “non giustificata dalle loro dimensioni e settore” si registrano sempre nei Paesi Bassi (1,9%), Lussemburgo (1,4%) e Malta (1,4%). “Tra i settori, spiccano trasporto navale e gioco d’azzardo, già spesso coinvolti in casi di infiltrazioni criminali e riciclaggio”, sottolineano i ricercatori.

E l’Italia? sebbene la situazione risulti migliore della media europea, “alcune province del Nord (per esempio Treviso, Milano e Biella) presentano livelli elevati di opacità societaria”.

Secondo i ricercatori, le aziende che presentano anomalie di questo tipo “hanno una probabilità oltre dieci volte maggiore di essere colpite da sanzioni”, per esempio da parte di Onu, Unione europea, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, o da provvedimenti giudiziari. In questo senso, concentrandosi su otto paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Cipro, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi), “sono più di 55 mila le aziende incluse o collegate a soggetti inclusi in una lista sanzioni o colpiti da provvedimenti giudiziari. Il Paese con la più alta percentuale di aziende di questo tipo è Malta (3,2% delle imprese registrate).

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