Un incubo per alcuni tifosi, lo stesso per gli attaccanti (qualcuno ha confessato di aver festeggiato il suo ritiro offrendo una grigliata), una mascotte per altri supporter (di una squadra in cui non ha mai giocato), un bel ricordo per i fan della squadra in cui ha giocato. Sì, magari a pronunciarne il nome oggi un ragazzo pensa a una gag di Aldo, Giovanni e Giacomo, altri al saltatore in alto: e poi c’è Victor Hugo Sotomayor, con tutta la sua iconografia dietro.

Eh già, il Sotomayor calciatore, incubo assoluto del Milan che fu, eroe dei tifosi del Napoli nonostante abbia giocato solo nel Verona, spauracchio degli attaccanti avversari tanto che Sebastian Loco Abreu, mica uno tenerello, ha confessato di aver festeggiato offrendo una grigliata di asado il ritiro del buon Victor Hugo dal calcio giocato.

Difensore centrale, fisico da corazziere, nasce e cresce a Cordoba, anche calcisticamente. Buona famiglia, figlio di un commerciante: fattore che fa malignare quando il Verona, nel 1989, lo prende dal Racing a un prezzo decisamente basso. Le voci insistono quando Bagnoli lo fa giocare in una squadra che di difensori ne ha: il capitano Nelson Gutierrez, l’esperto Luciano Favero, Alfonso Bertozzi.

In realtà Victor è un buon difensore: giovane, perché quando arriva a Verona ha solo 21 anni, ruvido, perché nel 1988 a un centrale argentino di 185 centimetri non si chiedeva l’uscita dal basso ma la marcatura stretta, ma in Serie A poteva starci. Certo, di errori ne commette (esattamente 32 anni fa regalava con un autorete il pareggio alla Lazio) e ha pure il suo bel caratterino (si becca quattro giornate per un fallaccio a gioco fermo contro l’Udinese e conseguenti gesti osceni al pubblico). Ma considerando ciò che in quegli anni arrivava in Italia e soprattutto ciò che sarebbe arrivato di lì a poco, non si può dire che Sotomayor fosse uno scandalo. O un raccomandato.

Ci mette l’impegno Victor: a imparare l’italiano con capitan Gutierrez e poi a fermare gli avversari per quel che può, in quella squadra in difficoltà economica e in un momento storico in cui gli attaccanti da marcare erano Van Basten, Careca, Maradona, Baggio. Ci prova, Verona apprezza e gli dedica anche un coro, col suo cognome scandito sul ritmo del motivetto che accompagna la Famiglia Addams.

Fin qui tuttavia si parlerebbe di un modesto difensore in uno degli Hellas Verona non certo più celebri, ma la storia cambia alla penultima di campionato: la squadra, ormai quasi certamente condannata alla retrocessione, ospita il Milan di Sacchi che viaggia dritto verso lo scudetto. I rossoneri da copione passano in vantaggio con Marco Simone, poi Pierino Fanna batte un angolo per gli scaligeri: Victor Hugo salta in cielo, il colpo di testa a tutt’oggi è tra i più belli mai visti e si infila alle spalle di Andrea Pazzagli. I rossoneri perdono la testa e addirittura Davide Pellegrini con un lob splendido regala il vantaggio e i due punti all’Hellas. E lo scudetto al Napoli.

Sotomayor entra di diritto nell’iconografia napoletana, pur senza aver mai militato tra le fila partenopee. Nonostante l’insperata vittoria col Milan, però, il Verona retrocede: Sotomayor resta e contribuisce all’immediata risalita degli scaligeri in A. La società intanto è fallita: Victor accetta la buona offerta dello Zurigo. In Svizzera soffre: troppi infortuni e un ambiente freddo, perciò torna in patria, alla corte di Carlos Bianchi al Velez. Quel Velez che domina i campionati, con Sotomayor che ne diventa punto fermo: vince il Clausura subito, poi la Libertadores. E chi incontra in finale di Intercontinentale? Il Milan, stavolta con Capello alla guida, ma con lo stesso effetto: battendolo, strappandogli un trofeo dalle mani.

Prestazioni che gli valgono anche la maglia della nazionale: una sola volta, ma va bene così. Termina la carriera a Cordoba, stavolta nel Tallares e quando annuncia il ritiro Abreu, attaccante uruguayano, confesserà di aver festeggiato. E Victor? Risponderà con una risata e alla tv argentina anni dopo dirà: “El Loco esagerava sempre, è un amico. Comunque se ci fosse stato il Var all’epoca molti di noi difensori saremmo finiti in carcere”. Auotoreti, qualche fallaccio, un gol benedetto dai napoletani e maledetto dai milanisti, questo è il colore, poi ci sono i trionfi col Velez fino alla vetta del mondo. Magari ricordando, con la coppa tra le mani, quel motivetto della Famiglia Addams col suo cognome scandito dalla curva. Sotomayor.

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